Dopo La Prima Al Cinema Su Un Racconto Abruzzese Di Andrea Malandra Su La Pietra Del Santo

Un Viaggio di Cinema e Territorio: Un Racconto Abruzzese Nel corso degli ultimi anni, il panorama del cinema indipendente ha visto nascere iniziative che uniscono la tradizione al linguaggio cinematografico, portando alla luce progetti che vanno ben oltre il mero intrattenimento. Tra questi, spicca un film che ha coinvolto attori, sceneggiatrici e artigiani del racconto visivo, tutti uniti dalla passione per il territorio abruzzese e dalla volontà di farlo conoscere attraverso un linguaggio unico e sensibile. Un Associazione a Prova di Tempo La storia di questo film inizia con un’associazione che, da decadi, si dedica a rassegne e progetti cinematografici. Un’associazione fatta di tante persone, dove ogni contributo arricchisce il progetto, facendo del film un’opera collettiva. Andrea guida con fermezza la direzione artistica; la sua firma registica è però affiancata dalla sensibilità e dall’apporto di figure chiave come Erminia Cardone e Gisella Rossini. In questo intreccio creativo si inserisce anche Maurizio di Zio, noto fotografo e direttore di fotografia, che ha saputo dare al film una veste visiva davvero impressionante.La natura collaborativa del progetto rappresenta un aspetto fondamentale: il lavoro di squadra traspare chiaramente nelle parole di chi ha partecipato alla sua realizzazione. Si parla di un viaggio non solo per i personaggi, ma per tutte le persone coinvolte, che hanno vissuto un’esperienza trasformativa e fortemente emigrata nei meandri della propria identità culturale e territoriale. Un Viaggio Emotivo e Sensoriale Alla base di questo film c’è un’idea molto ambiziosa: raccontare il territorio abruzzese non come un semplice sfondo, ma come un protagonista a sé stante. L’intento iniziale era quello di realizzare un’opera impressionista, ambientata all’aperto, abbracciando la vastità e la ricchezza dei paesaggi naturali, per portare sullo schermo la “pietra di San Paolo”, un rito tradizionale simbolo della cultura locale.Le interviste e le testimonianze degli attori sottolineano come il contatto con la terra e la natura abbia rappresentato un elemento centrale del processo creativo. Valeria Di Nenna, da lei stessa definita “nuovissima” nel campo, ha raccontato come leggere una sceneggiatura ricca di spunti e simbolismi l’abbia portata a voler affrontare un ruolo carico di significato, interpretando una figura complessa, con un mondo interiore immenso e misterioso. Daniela, al suo fianco, ha esaltato il percorso di trasformazione vissuto durante le riprese, un cammino che ha saputo far emergere non solo la forza dei protagonisti, ma anche la ricchezza emotiva del legame con il territorio.L’esperienza condivisa, descritta come un “viaggio” in cui madre e figlia si confrontano con le proprie emozioni e radici, ha offerto al cast e alla troupe uno spaccato di quella che può essere una rinascita personale. Il film si configura, dunque, come un’opera capace non soltanto di intrattenere, ma anche di educare e sensibilizzare lo spettatore verso tematiche attuali e fortemente radicate nella cultura locale. La Magia del Cinema e della Tradizione Il progetto è nato dalla volontà di coniugare l’arte del cinema con i valori della tradizione abruzzese, fondendo insieme realtà apparentemente distanti: il raccontare pagine di storia e cultura attraverso il linguaggio cinematografico e l’approfondimento delle trasformazioni interiori dei personaggi. La scelta di ambientare il film in piena natura, con riprese che catturano la bellezza della terra e la sua capacità di trasformare chi la vive, ha fatto sì che ogni inquadratura diventi un omaggio al paesaggio abruzzese.Il contatto continuo con la realtà locale, l’approfondimento delle tradizioni, e la presenza costante di elementi simbolici come la pietra, sono infatti parte integrante della narrazione. Il territorio diventa così un personaggio a sé, in grado di comunicare storie, leggende e verità profonde sulla vita e le radici delle persone che lo abitano. È il racconto di una terra “offerta”, che merita di essere conosciuta e apprezzata in tutte le sue sfumature, e di una cultura che, pur essendo antica, si rinnova attraverso l’arte e il cinema. Un Progetto che Trasforma Le parole degli interpreti sottolineano come il percorso fatto insieme al regista Andrea e alle sceneggiatrici abbia lasciato un segno indelebile in ciascuno di loro. La delicatezza con cui sono state affrontate tematiche complesse e attuali, la cura nella narrazione dei dettagli e la ricerca costante della bellezza, hanno reso questo film un viaggio di formazione e trasformazione non solo per i personaggi, ma anche per chi ha avuto l’onore di viverlo sul set.La passione e la determinazione di tutto il team hanno fatto sì che il film si imponesse come un’opera autentica, in cui l’innovazione si sposa in modo armonioso con la tradizione. La volontà di raccontare l’Abruzzo in tutta la sua meraviglia, utilizzando una modalità narrativa che coniuga modernità e cultura popolare, ha creato un prodotto artistico capace di parlare direttamente al cuore del pubblico. Conclusioni In conclusione, questo film è molto più di una semplice rassegna cinematografica: è un tributo alla bellezza del territorio abruzzese, un inno alla tradizione e una dichiarazione di intenti per un cinema che non teme di esplorare le profondità dell’animo umano. L’esperienza di lavorare insieme, ogni membro del team ha portato il proprio contributo unico, dando vita a un progetto corale che ha saputo trasformarsi in un viaggio emozionante e gravitante verso la scoperta di sé stessi e delle proprie radici culturali.Con questo progetto si è mostrato come il cinema possa essere uno strumento potente per raccontare storie che parlano di identità, trasformazione e continuità, affermando il messaggio che ogni territorio ha una storia da narrare e che, attraverso l’arte, tutte le voci possono trovare un luogo dove esprimersi. Un invito a conoscere, a esplorare e a lasciarsi toccare dalle radici profonde di una terra straordinaria.

Andrea Malandra e “La pietra del santo”: quando il cinema indipendente torna a parlare il linguaggio del mito

“La pietra del santo”: quando il cinema indipendente torna a parlare il linguaggio del mito   C’è un cinema che non urla, non strilla in streaming, non insegue l’algoritmo. Ma che cammina con passo sicuro, esplora paesaggi dimenticati, scava nella memoria e nella terra. È il caso di La pietra del santo, il nuovo film di Andrea Malandra in anteprima mercoledì 9 aprile al Cineteatro Massimo di Pescara (ore 20.45, ingresso libero). Un’opera che sembra arrivare da un tempo altro, e forse proprio per questo necessaria. Prodotto da No hay banda e dalla Fondazione Pescarabruzzo, La pietra del santo è molto più di un film: è una dichiarazione d’intenti. È il quarto lungometraggio di un gruppo creativo che lavora da oltre vent’anni sul territorio abruzzese, e che continua a credere che il cinema possa ancora essere un gesto collettivo, radicato, artigianale. Un viaggio tra fede, natura e archetipi Scritto da Erminia Cardone e Gisella Orsini, con la fotografia di Maurizio Di Zio, il film racconta il viaggio avventuroso di una madre e una figlia alla ricerca di una pietra sacra dispersa tra i calanchi. Un oggetto magico, leggendario, che promette guarigione. Ma più che alla trama, La pietra del santo affida il suo incanto a una geografia interiore e simbolica: Casalincontrada, Atri, Abbateggio, Bucchianico, il Parco Lavino di Scafa diventano non luoghi mitici, attraversati da donne in cerca di senso, in un mondo in cui il sacro si mescola al contadino, la leggenda alla precarietà. Il risultato è una fiaba adulta, dura e poetica, che parla di fede, perdita, speranza, e di quella spiritualità contadina oggi più che mai attuale, proprio perché dimenticata. Una bellezza che non si può industrializzare Nel cast spiccano le prove intense di Valeria Di Menno e Daniela Chiavaroli, insieme a volti noti del teatro e del territorio come Patrizio Marchesani, Flavia Valoppi e gli attori dei Guardiani dell’Oca. Ma i veri protagonisti sono forse i luoghi, inquadrati con rispetto, lentezza, amore. Un’operazione quasi etnografica, sostenuta da enti come la Riserva Naturale Regionale dei Calanchi di Atri e il CedTerra di Casalincontrada, che fanno del film un’ode implicita al patrimonio culturale e paesaggistico dell’Abruzzo. E in un momento in cui il cinema mainstream si uniforma su scala globale, questo film fa esattamente il contrario: si stringe alla sua terra, e da lì parla al mondo. Un regista che lavora tra videoarte e poesia Andrea Malandra è una figura appartata ma costante del panorama indipendente. In oltre vent’anni ha sperimentato con corti, videoarte, videoclip. La pietra del santo è il punto d’incontro di queste esperienze: un racconto che non teme l’ibridazione, che si nutre tanto della narrazione quanto della performance visiva. La proiezione sarà seguita da un dibattito con il cast e la troupe: un’occasione per ascoltare dalla viva voce dei protagonisti cosa vuol dire oggi fare cinema fuori dai centri, con mezzi ridotti ma idee potenti.

Paul Critchley Con 91 Opere Al Museo Delle Genti D’Abruzzo Di Pescara – Inaugurazione Sabato 5 Aprile 2025 Alle ore 18:00

Paul Crickley espone al Museo delle Genti d’Abruzzo Di Pescara con una mostra di 91 quadri. Espone dal 5 aprile al 4 maggio del 2025. Da una ricerca, ho letto che qualcuno vicino a lui scrive: “Conoscendo un inglese in terra d’Abruzzo, sembra quasi l’incipit di un romanzo, un racconto di altri tempi: lo straniero che giunge in un borgo nascosto nell’entroterra abruzzese, a tu per tu con le montagne, lo sguardo rivolto a una valle che merita di essere contemplata. Parla un’altra lingua, porta con sé novità, ma si innamora di quei luoghi, vi mette radici e poco a poco si intreccia con il tessuto sociale del paese. Il borgo è Farindola, nell’entroterra pescarese. Lo straniero è Paul Critchley, pittore errante nato circa mezzo secolo fa a Rainford, con occhi vivaci, sguardo curioso e guance arrossate, come si addice a un buon inglese. Eppure, l’ospitalità con cui ti accoglie in casa sua sembra averla appresa direttamente dai suoi concittadini abruzzesi. Insieme alla signora Helen, mi guida nella sua dimora-atelier, uno spazio che è al tempo stesso studio, abitazione ed esposizione. Ogni stanza racconta una storia diversa, parla una lingua artistica unica, quella di Paul. Un artista che non accetta limiti né convenzioni, che svuota gli spazi per riempirli con le sue opere, cercando nuove dimensioni, sperimentando percorsi alternativi, sempre con ironia, sempre con uno sguardo dissacrante verso la realtà quotidiana. “ Paul Critchley è nato nel 1960 a Rainford, un piccolo villaggio situato nel Merseyside, Inghilterra. Crescendo in un contesto ricco di stimoli visivi e culturali, ha sviluppato un interesse precoce per l’arte. Durante la sua infanzia, le esperienze quotidiane e i paesaggi rurali che lo circondavano hanno contribuito a formare la sua percezione estetica. Critchley ha trovato nel disegno e nella pittura non solo un modo per esprimere la propria creatività, ma anche una via di fuga e un linguaggio personale attraverso il quale comunicare le sue emozioni e riflessioni. Completati gli studi primari, si è iscritto a una scuola d’arte, dove ha ricevuto una formazione formale e ha avuto l’opportunità di esplorare diversi mezzi espressivi, come la scultura e la ceramica. Questa inserzione nel mondo dell’arte si è rivelata fondamentale nel definire le sue aspirazioni professionali. Qui, ha incontrato sia mentori che compagni con idee diverse, il che ha ampliato la sua visione creativa e ha stimolato il suo spirito innovativo. L’interazione con artisti affermati e colleghi aspiranti ha offerto a Critchley una base solida e un’ampia prospettiva sulla realizzazione dell’arte visiva. Il suo percorso formativo lo ha anche avvicinato a diverse correnti artistiche, influenzando la sua futura produzione. Ha sviluppato un’identità artistica unica, fondata su un’interpretazione personale di temi classici e contemporanei, che si riflette nella sua opera. L’equilibrio tra tradizione e innovazione ha caratterizzato la sua carriera e continua a influenzare la sua espressione creativa. Attraverso le esperienze della sua giovinezza e gli incontri formativi, Paul Critchley ha forgiato non solo un’artista, ma un narratore visivo in grado di trasmettere la complessità dell’esperienza umana. Formazione presso il St. Helens College of Art La formazione artistica di Paul Critchley presso il St. Helens College of Art ha rappresentato un periodo cruciale nella sua evoluzione come artista. Durante gli anni trascorsi in questa istituzione, Critchley non solo ha acquisito competenze tecniche fondamentali, ma ha anche avuto l’opportunità di esplorare una vasta gamma di tecniche artistiche e di esprimere liberamente la sua creatività. Il curriculum del college era progettato per incoraggiare l’innovazione e l’esperimentazione, elementi che si riflettono chiaramente nel suo lavoro. Tra le tecniche esplorate da Critchley vi sono la pittura ad olio, l’incisione e la scultura, ognuna delle quali ha contribuito a formare la sua identità artistica unica. Questa varietà di esperienza ha permesso a Critchley di sviluppare un approccio eclettico all’arte, mescolando stili e influenze diverse per creare opere che catturano l’attenzione del pubblico. Il collegio ha anche fornito un ambiente stimolante in cui Critchley ha potuto interagire con compagni di studio, ognuno dei quali ha apportato nuove idee e prospettive che hanno arricchito il suo processo creativo. Inoltre, è importante menzionare l’impatto significativo avuto dai docenti del St. Helens College of Art. Questi professionisti non solo hanno trasmesso conoscenze tecniche, ma hanno anche offerto incoraggiamento e supporto, spingendo Critchley ad andare oltre i propri limiti. Le loro critiche costruttive e il loro approccio didattico hanno fornito a Critchley le basi necessarie per affrontare le sfide del mondo dell’arte contemporanea. In definitiva, il periodo trascorso al college ha giocato un ruolo fondamentale nell’affermazione del suo talento e nella definizione del suo stile distintivo. Carriera Artistica di Paul Critchley La carriera artistica di Paul Critchley è caratterizzata da una continua esplorazione e innovazione attraverso vari media. Critchley ha inizialmente acquisito notorietà nel campo della pittura, dove si è distinto per l’uso audace dei colori e delle tecniche miste. Le sue opere, spesso ispirate da esperienze personali e da temi universali, riflettono un profondo interessamento per l’interazione tra l’uomo e la natura. Nel corso degli anni, Critchley ha ampliato il suo repertorio artistico, integrando scultura e installazioni nel suo lavoro. Queste forme d’arte hanno permesso di esprimere concetti complessi, invitando il pubblico a riflettere su questioni esistenziali. Le sue installazioni, in particolare, sono state mostrate in importanti gallerie e musei, ricevendo riconoscimenti sia a livello nazionale che internazionale. Le mostre a cui ha partecipato includono eventi prestigiosi come la Biennale di Venezia e varie fiere d’arte contemporanea, dove la sua presenza si è rivelata fondamentale nel panorama artistico contemporaneo. Critchley è stato anche premiato con diverse borse di studio e riconoscimenti, che attestano il suo impegno e il suo contributo al mondo dell’arte. Il processo creativo di Paul Critchley è intriso di riflessione e sperimentazione. La sua ricerca sul significato di identità e appartenenza si traduce in opere evocative che utilizzano simbolismi e metafore visive. Tematiche ricorrenti, come il contrasto tra urbano e naturale, si intrecciano in un discorso coerente che invita gli spettatori a esplorare le loro percezioni. La sua capacità di toccare argomenti profondi

EDITORIALE DI SPAZIOARTE.NET

Negli ultimi giorni, il panorama politico italiano è stato scosso da una serie di eventi che hanno sollevato interrogativi sulla libertà di stampa e sul comportamento dei politici nei confronti dei giornalisti. Al centro della polemica c’è stato un attacco verbale da parte di Donzelli, esponente di Fratelli d’Italia, nei confronti di un giornalista del Fatto Quotidiano. Questo episodio ha sollevato dubbi sulla capacità della destra al potere di dare lezioni di buona educazione e rispetto verso la stampa.Romano Prodi, ex presidente del Consiglio, è stato criticato per aver espresso dispiacere per un errore commesso, sottolineando che i giornalisti non dovrebbero essere attaccati. Tuttavia, la questione è stata vista come un’arma di distrazione di massa da parte di Meloni e della stampa a lei vicina. Donzelli, a differenza di Prodi, è una figura di spicco all’interno di Fratelli d’Italia e ha attaccato un giornalista per aver scritto un libro critico sul partito. Questo comportamento è stato paragonato ad altri episodi di aggressione verso la stampa, come quello subito da un cronista della Stampa da parte di Casa Pound.La situazione è ulteriormente complicata dalle querele e dalle pressioni giudiziarie che i giornalisti affrontano quando indagano su questioni delicate. Bersani ha espresso preoccupazione per una deriva autoritaria in Italia, paragonandola a situazioni in Ungheria e negli Stati Uniti sotto Trump. La libertà di espressione è stata distorta per giustificare comportamenti incivili e offensivi, un concetto che Bersani ritiene debba essere demolito.In Italia, la destra è accusata di non avere soluzioni concrete per i problemi economici e sociali del paese, come la crisi industriale, le bollette elevate, il lavoro precario e un sistema fiscale ingiusto. Nonostante i numeri economici negativi, la propaganda continua a dipingere un quadro positivo, mentre la realtà mostra un aumento della povertà e una diminuzione del potere d’acquisto.A livello internazionale, l’Italia sembra aver perso la sua voce in politica estera, navigando senza una chiara direzione tra Europa e Stati Uniti. La mancanza di una posizione chiara su questioni come il conflitto israelo-palestinese è vista come un segno di debolezza. La propaganda e le menzogne sono diventate strumenti comuni nella comunicazione politica, sia in Italia che all’estero.Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump è stata coinvolta in polemiche per la divulgazione di piani di guerra riservati, con attacchi personali contro giornalisti che hanno rivelato queste informazioni. Questo atteggiamento è stato adottato anche in Italia, dove la destra utilizza la propaganda per distorcere la realtà economica e sociale del paese.La situazione è aggravata dal controllo dei media da parte del governo e di interessi privati legati alla destra. La Rai è sotto il controllo della destra, mentre Mediaset e altri giornali sono influenzati da figure politiche. Questo crea un conflitto di interessi che limita la libertà di stampa e la pluralità delle informazioni.In conclusione, l’Italia si trova in un momento critico in cui la libertà di stampa è minacciata da attacchi politici e pressioni giudiziarie. La propaganda e le menzogne sono diventate strumenti comuni per distorcere la realtà, mentre la mancanza di una politica estera chiara e di soluzioni concrete ai problemi interni mette a rischio il futuro del paese. IL DIRETTORE di SPAZIOARTE.net

Addio All’Artista Dino Colalongo…altra pietra miliare del Liceo Artistico Misticoni di Pescara.

Con profondo dolore apprendiamo della scomparsa di Dino Colalongo, artista, architetto e designer, figura di riferimento per generazioni di studenti e per la scena culturale abruzzese. Nato a Manoppello il 31 marzo 1946, Colalongo si è laureato in Architettura a Pescara, per poi dedicare con passione la sua vita all’arte e all’insegnamento, ricoprendo per anni il ruolo di docente di Discipline Pittoriche e Educazione Visiva presso il Liceo Artistico Statale “Giuseppe Misticoni”. Dal 1967, le sue opere sono state esposte in numerose mostre personali e collettive, sia in Italia che all’estero, tracciando un percorso artistico sempre coerente, aperto alla ricerca e al dialogo con il contemporaneo. Negli ultimi anni, il Museo delle Genti d’Abruzzo gli ha dedicato una significativa personale (2019), mentre la Fondazione ARIA lo ha celebrato come primo protagonista del ciclo “Specchio Arte”, con un cortometraggio, un video ritratto e un’ampia documentazione nel volume Crossroads – Fondazione ARIA. Crocevia d’artisti e culture. Dino Colalongo lascia un vuoto profondo nel mondo dell’arte, ma anche un’eredità preziosa fatta di visione, rigore e umanità.

FINO AL 5 APRILE – Doppia Visione: L’Emozione si Fa Arte all’Aurum di Pescara – Lucia Di Miceli E Sergio Guerrini

La mostra ‘Doppia Visione’ si svolgerà nelle storiche distillerie Aurum dal 29 al 5 aprile e si propone come un’importante manifestazione artistica. Questo evento avrà il compito di esporre le opere di due artisti distinti, Lucia Di Miceli e Sergio Guerrini, ognuno dei quali porta con sé una visione unica e differente del mondo dell’arte. La mostra rappresenta un’opportunità significativa per esplorare e comprendere le sfumature delle loro opere, evidenziando i diversi approcci che ciascun artista adotta nella trasposizione delle proprie emozioni e intuizioni artistiche. Il dialogo tra Di Miceli e Guerrini serve a riflettere sull’urgenza e la necessità di comunicazione nel contesto sociale e culturale attuale. In un’epoca in cui il mondo petrolifero è sempre più interconnesso, la forma d’arte diventa un canale di espressione essenziale. La loro interazione invita il pubblico a esaminare le proprie percezioni e a imbattersi in conversazioni stimolanti. L’arte ha un potere straordinario nel suscitare emozioni, e ‘Doppia Visione’ si pone l’obiettivo di dare una voce a quest’arte, offrendo, al contempo, uno specchio in cui ciascun visitatore potrà riflettere sul proprio universo interiore. Lucia Di Miceli: Geometria e Colori Lucia Di Miceli è un’artista contemporanea che impiega un linguaggio astratto e geometrico per trasmettere emozioni e significati complessi. Le sue opere si caratterizzano per l’uso del quadrato, un simbolo di equilibrio e armonia, che emerge con prepotenza in molte delle sue composizioni. Questo elemento geometrico non è solo una mera scelta stilistica, ma funge da ancoraggio concettuale, riflettendo una visione personale della stabilità e dell’ordine che l’artista desidera evocare. Un aspetto distintivo dell’approccio di Di Miceli è l’uso dei colori, che trae ispirazione dai mosaici bizantini. Questa scelta cromatica non solo arricchisce la sua arte visiva, ma porta con sé una serie di associazioni emotive. I colori vivaci e intensi, abbinati a tonalità più sottili, creano un dialogo visivo che invita lo spettatore a un’esperienza immersiva. L’interazione tra questi colori contribuisce a una narrazione visiva che si svolge nel tempo e nello spazio, rendendo la fruizione della sua arte un’esperienza profondamente personale. Le opere di Di Miceli non si limitano a rimanere sul piano bidimensionale; invece, establish un dialogo tra pittura, scultura e dimensione sonora. Questa fusione di forme artistiche consente alla sua arte di trascendere i confini tradizionali, creando un ambiente stimolante che coinvolge completamente il pubblico. La combinazione di geometria e colore nelle sue opere invita alla riflessione, permettendo a ciascun osservatore di interpretare e connettersi con le emozioni trasmesse. La capacità di Di Miceli di tessere insieme questi elementi variopinti, all’interno di uno schema geometrico, offrirà un’esperienza contemplativa che stimola la mente e il cuore. Sergio Guerrini: L’Introspezione attraverso la Figura Umana Sergio Guerrini si distingue nel panorama artistico contemporaneo per la sua intensa esplorazione della figura umana, in particolare del corpo femminile, come veicolo per esprimere una vasta gamma di emozioni e condizioni esistenziali. Le sue opere, caratterizzate da una forte carica cromatica e da gesti performativi, conducono lo spettatore in un viaggio viscerale attraverso la sofferenza, la drammaticità, e le sfide quotidiane che le donne affrontano nella società moderna. Guerrini non si limita a rappresentare la figura umana; piuttosto, la amplifica, trasformandola in un soggetto capace di evocare empatia e riflessione. Il suo approccio artistico ricorda per certi versi il lavoro di Frida Kahlo ed Egon Schiele, entrambi noti per il loro uso audace del corpo come mezzo espressivo. Kahlo, attraverso il suo stile emotivo e simbolico, affrontava il dolore e la vulnerabilità, mentre Schiele utilizzava linee distorte e forme esagerate per trasmettere l’intensità delle emozioni umane. Allo stesso modo, le creazioni di Guerrini si nutrono di una profonda introspezione, riflettendo sulle complessità della condizione femminile e stimolando il pubblico a confrontarsi con le proprie emozioni. Ogni opera invita lo spettatore a guardare oltre la superficie, scoprendo un universo di significati nascosti. L’uso sapiente del colore e della forma non è solo un aspetto estetico; è un modo per rappresentare la tumultuosa esperienza umana, creando un dialogo profondo tra l’artista e il pubblico. Le immagini si trasformano in specchi, esprimendo la fragilità e la resilienza che caratterizzano il cammino delle donne. Le domande sollevate dalle sue opere non trovano risposte definitive, ma piuttosto incoraggiano un processo di autoesplorazione e consapevolezza emotiva, elementi essenziali in un periodo di grande cambiamento sociale e culturale. Un Viaggio tra Contrasti e Analogìe La mostra ‘Doppia Visione’ si presenta come un’esperienza artistica che, attraverso il dialogo tra due artisti, invita il visitatore a riflettere sulle complessità delle emozioni umane. Questo evento ha messo in evidenza come, nonostante le apparenti differenze stilistiche e tematiche, entrambe le opere riescano a comunicare un comune desiderio di equilibrio e intimità interiore. Le varianti visive, unite dalle intersecazioni emozionali, creano un percorso artistico capace di suscitare un’ampia gamma di reazioni e pensieri. Il confronto tra le due visioni offre uno spazio prezioso per la contemplazione, dove le tensioni e le armonie si fanno protagoniste. Qui, l’arte esprime un linguaggio universale, permettendo di affrontare temi profondi e complessi, come la fragilità dell’essere umano e la ricerca di connessione. Questo invito alla riflessione è essenziale in un mondo sempre più frenetico, dove spesso ci si dimentica di ascoltare le proprie emozioni e quelle altrui. La mostra fungendo da catalizzatore di conversazione, sollecita il visitatore a considerare il potere liberatorio dell’arte. Essa offre un’opportunità unica di esplorare le analogie tra le esperienze personali e quelle altrui, sottolineando l’importanza della comunicazione. Concludendo questo viaggio attraverso le opere, si può affermare che ‘Doppia Visione’ rappresenta non solo una finestra sull’immaginario degli artisti, ma anche un richiamo a esplorare le nostre stesse emozioni e relazioni. L’arte, in tutte le sue forme, ha il potere di unire, invitando a una meditazione condivisa sulle tensioni esistenziali che ci accomunano.

Doppia Visione: L’Emozione si Fa Arte all’Aurum di Pescara – Lucia Di Miceli E Sergio Guerrini

La mostra ‘Doppia Visione’ si svolgerà nelle storiche distillerie Aurum dal 29 al 5 aprile e si propone come un’importante manifestazione artistica. Questo evento avrà il compito di esporre le opere di due artisti distinti, Lucia Di Miceli e Sergio Guerrini, ognuno dei quali porta con sé una visione unica e differente del mondo dell’arte. La mostra rappresenta un’opportunità significativa per esplorare e comprendere le sfumature delle loro opere, evidenziando i diversi approcci che ciascun artista adotta nella trasposizione delle proprie emozioni e intuizioni artistiche. Il dialogo tra Di Miceli e Guerrini serve a riflettere sull’urgenza e la necessità di comunicazione nel contesto sociale e culturale attuale. In un’epoca in cui il mondo petrolifero è sempre più interconnesso, la forma d’arte diventa un canale di espressione essenziale. La loro interazione invita il pubblico a esaminare le proprie percezioni e a imbattersi in conversazioni stimolanti. L’arte ha un potere straordinario nel suscitare emozioni, e ‘Doppia Visione’ si pone l’obiettivo di dare una voce a quest’arte, offrendo, al contempo, uno specchio in cui ciascun visitatore potrà riflettere sul proprio universo interiore. Lucia Di Miceli: Geometria e Colori Lucia Di Miceli è un’artista contemporanea che impiega un linguaggio astratto e geometrico per trasmettere emozioni e significati complessi. Le sue opere si caratterizzano per l’uso del quadrato, un simbolo di equilibrio e armonia, che emerge con prepotenza in molte delle sue composizioni. Questo elemento geometrico non è solo una mera scelta stilistica, ma funge da ancoraggio concettuale, riflettendo una visione personale della stabilità e dell’ordine che l’artista desidera evocare. Un aspetto distintivo dell’approccio di Di Miceli è l’uso dei colori, che trae ispirazione dai mosaici bizantini. Questa scelta cromatica non solo arricchisce la sua arte visiva, ma porta con sé una serie di associazioni emotive. I colori vivaci e intensi, abbinati a tonalità più sottili, creano un dialogo visivo che invita lo spettatore a un’esperienza immersiva. L’interazione tra questi colori contribuisce a una narrazione visiva che si svolge nel tempo e nello spazio, rendendo la fruizione della sua arte un’esperienza profondamente personale. Le opere di Di Miceli non si limitano a rimanere sul piano bidimensionale; invece, establish un dialogo tra pittura, scultura e dimensione sonora. Questa fusione di forme artistiche consente alla sua arte di trascendere i confini tradizionali, creando un ambiente stimolante che coinvolge completamente il pubblico. La combinazione di geometria e colore nelle sue opere invita alla riflessione, permettendo a ciascun osservatore di interpretare e connettersi con le emozioni trasmesse. La capacità di Di Miceli di tessere insieme questi elementi variopinti, all’interno di uno schema geometrico, offrirà un’esperienza contemplativa che stimola la mente e il cuore. Sergio Guerrini: L’Introspezione attraverso la Figura Umana Sergio Guerrini si distingue nel panorama artistico contemporaneo per la sua intensa esplorazione della figura umana, in particolare del corpo femminile, come veicolo per esprimere una vasta gamma di emozioni e condizioni esistenziali. Le sue opere, caratterizzate da una forte carica cromatica e da gesti performativi, conducono lo spettatore in un viaggio viscerale attraverso la sofferenza, la drammaticità, e le sfide quotidiane che le donne affrontano nella società moderna. Guerrini non si limita a rappresentare la figura umana; piuttosto, la amplifica, trasformandola in un soggetto capace di evocare empatia e riflessione. Il suo approccio artistico ricorda per certi versi il lavoro di Frida Kahlo ed Egon Schiele, entrambi noti per il loro uso audace del corpo come mezzo espressivo. Kahlo, attraverso il suo stile emotivo e simbolico, affrontava il dolore e la vulnerabilità, mentre Schiele utilizzava linee distorte e forme esagerate per trasmettere l’intensità delle emozioni umane. Allo stesso modo, le creazioni di Guerrini si nutrono di una profonda introspezione, riflettendo sulle complessità della condizione femminile e stimolando il pubblico a confrontarsi con le proprie emozioni. Ogni opera invita lo spettatore a guardare oltre la superficie, scoprendo un universo di significati nascosti. L’uso sapiente del colore e della forma non è solo un aspetto estetico; è un modo per rappresentare la tumultuosa esperienza umana, creando un dialogo profondo tra l’artista e il pubblico. Le immagini si trasformano in specchi, esprimendo la fragilità e la resilienza che caratterizzano il cammino delle donne. Le domande sollevate dalle sue opere non trovano risposte definitive, ma piuttosto incoraggiano un processo di autoesplorazione e consapevolezza emotiva, elementi essenziali in un periodo di grande cambiamento sociale e culturale. Un Viaggio tra Contrasti e Analogìe La mostra ‘Doppia Visione’ si presenta come un’esperienza artistica che, attraverso il dialogo tra due artisti, invita il visitatore a riflettere sulle complessità delle emozioni umane. Questo evento ha messo in evidenza come, nonostante le apparenti differenze stilistiche e tematiche, entrambe le opere riescano a comunicare un comune desiderio di equilibrio e intimità interiore. Le varianti visive, unite dalle intersecazioni emozionali, creano un percorso artistico capace di suscitare un’ampia gamma di reazioni e pensieri. Il confronto tra le due visioni offre uno spazio prezioso per la contemplazione, dove le tensioni e le armonie si fanno protagoniste. Qui, l’arte esprime un linguaggio universale, permettendo di affrontare temi profondi e complessi, come la fragilità dell’essere umano e la ricerca di connessione. Questo invito alla riflessione è essenziale in un mondo sempre più frenetico, dove spesso ci si dimentica di ascoltare le proprie emozioni e quelle altrui. La mostra fungendo da catalizzatore di conversazione, sollecita il visitatore a considerare il potere liberatorio dell’arte. Essa offre un’opportunità unica di esplorare le analogie tra le esperienze personali e quelle altrui, sottolineando l’importanza della comunicazione. Concludendo questo viaggio attraverso le opere, si può affermare che ‘Doppia Visione’ rappresenta non solo una finestra sull’immaginario degli artisti, ma anche un richiamo a esplorare le nostre stesse emozioni e relazioni. L’arte, in tutte le sue forme, ha il potere di unire, invitando a una meditazione condivisa sulle tensioni esistenziali che ci accomunano.

Fino al 30 Marzo La Mostra Dedicata a Roberto Del Rosso, Illustratore e Designer Abruzzese

Si è conclusa l’inaugurazione della mostra dedicata a Roberto Del Rosso ospite della FondazionePescaraAbruzzo con intro musicale, davvero suggestiva, del Maestro Alessandro Cavallucci con brani alla chitarra dedicati a Roberto.Il tutto presentata dalla moglie Emira De Acetis, dal Critico Prof. Andrea Viozzi e con il coinvolgimento dI Giancarlo Costanzo Presidente dell’Associazione P.A.E. e Tiziano Tiberi compagno di scuola di Roberto. Presentazione Critica del Prof. Andrea ViozziPer aprire lo scrigno di un pittore, di una pittrice, di un’artista, di un illustratore, di un designer. È un pezzo di cuore che viene presentato al pubblico, è un cassetto che si apre e che viene messo a disposizione di chi ne usufruisce, di chi ne gode, di chi lo osserva. Questa splendida esposizione è stata pensata dalla famiglia per onorare la memoria di un grande padre, marito, professionista, illustratore, designer, ed è appunto la prima di una serie di tappe che la famiglia ha in mente per onorare la memoria del grande creativo che è stato Roberto del Rosso. Avrete modo fra poco di poter scendere dove è stata allestita la mostra e godere delle oltre 40 opere. Qualche settimana fa, parlando con la signora Emira, mi diceva: “Saranno una trentina”, ma io sapevo che non si sarebbe fermata a 30. Perché? Perché quando poi apri il cassetto dei ricordi, è normale che ogni frammento, ogni pezzettino, che sia un’illustrazione, che sia una diapositiva, che sia una fotografia, ti rimanda indietro nel tempo. E immagino la fatica che abbiano fatto lei e i suoi figli nel selezionare le opere, pensando se davvero quelle erano le opere che Roberto avrebbe voluto vedere oggi in mostra. Sicuramente sì. Roberto del Rosso è stato un uomo che fin da bambino ha avuto l’estro della creatività. Emira De Acetis moglie di Roberto ed Il Maestro Alessandro Cavallucci Fin da quando, appunto, maneggiava con il pongo piccolino accanto al capezzale del padre malato, e realizzava i suoi soldatini con il pongo, per poi intraprendere gli studi presso il celebre liceo artistico di Pescara. Fra l’altro c’è qui uno dei suoi insegnanti in sala, il professor Gammelli. Ci sono tanti suoi ex studenti, i suoi ex compagni di scuola oltre che amici, per poi iniziare due percorsi paralleli: uno nell’Istituto europeo di design di Roma e l’altro presso la facoltà di architettura di Pescara dell’Università di Chieti-Pescara, per poi, nel 2002, intraprendere una splendida iniziativa professionale insieme alla moglie. Questo l’ha portato a una scelta se iniziare un percorso professionale, ma ciò chiaramente per motivi di tempo, per motivi lavorativi, non gli ha permesso di concludere il ciclo universitario. Ma fin da giovane, fino all’età di 19 anni, i disegni che vedrete poi sotto, le illustrazioni che vedete sotto, raccolgono 7 anni delle attività di Roberto, dal 1983 al 1990, ed è un frammento della sua attività che ci mostra la sua grande capacità di utilizzare, tra l’altro, diverse tecniche artistiche dai pastelli.Che permette a Roberto e a chiunque li sa maneggiare come lui di poter, in un certo qual senso, far vibrare il colore, proprio come facevano i grandi maestri dell’impressionismo, per esempio, la matita, il carboncino, gli acquerelli che, come voi ben sapete, è la tecnica tra le più difficili, se non la più difficile in assoluto, nel campo artistico. Perché l’acquerello non ti lascia tempo, devi lavorare velocemente perché altrimenti si asciuga e non puoi più tornare sull’opera. Tra l’altro, le tecniche dell’acquerello non sono una, ma ben 12 tecniche artistiche dell’acquerello che Roberto sapeva ben maneggiare, tecnica tra l’altro antichissima, l’acquerello di origine orientale, proprio come l’inchiostro a china che lui stesso utilizzava, fino ad arrivare agli strumenti un po’ più moderni come l’aerografo, utilizzato anche da grandi maestri come Murray e Salvatore Dalì, il pantone che gli permetteva di dare un effetto particolare del colore sulla grafica e poi la cartografia, soprattutto durante gli studi a Roma, nell’Istituto europeo del design. Quindi un grande creativo che ha sperimentato diverse tecniche e che ha avuto la possibilità di collaborare con grandi marchi realizzando per loro tantissime opere.Dalla famiglia De Cecco, celebre famiglia abruzzese, alla Casucci Jeans, all’Energy Aprioni, celebre marca di abbigliamento di tradizione siromana, ma di origine abruzzese. Quindi è stato un uomo, un illustratore che si è messo a disposizione dei più grandi marchi del tempo partecipando, tra l’altro, a grandi fiere per i quali progettava e realizzava i loro stand a Firenze, a Palazzo Pitti, la casa della moda, oltre che della celebre collezione Palatina, a Firenze, a Parigi e nelle più grandi capitali europee, in Russia, nei più grandi centri del design russo e negli Stati Uniti. Quindi un uomo che è riuscito, in un certo qual senso, a dar prova della sua grande abilità e del suo grande estro creativo mettendosi a disposizione degli altri. La differenza fra un artista e un designer sta nel fatto che il designer, quando crea, lo fa principalmente per i suoi utenti. È vero che anche oggi i pittori spesso realizzano le loro opere per poterle vendere, ma soprattutto il designer, l’illustratore, quando crea sa già ha nella sua mente il fine di soddisfare pienamente il suo cliente. E Roberto ci è riuscito in maniera straordinaria. La nostra presenza questa sera e la notorietà di Roberto nel campo dell’illustrazione e del design lo dimostrano.Vedevo prima meravigliosamente arpeggiare il maestro Cavallucci con quelle sue mani sulla chitarra, e allora pensavo seduto lì a Roberto che con la sua matita, col suo carboncino, quando ancora non c’erano i programmi che ci sono oggi di lavorazione del design, riusciva a creare dei capi straordinari e li vedrete in mostra. Dei meravigliosi capi che lui vede, osserva da fotografie delle grandi case di moda e che poi illustra in maniera sapiente, con una grande espressività, con grande classe. La cosa che mi ha colpito, guardando le illustrazioni, i disegni che la moglie mi ha inviato, è l’eleganza con la quale sapeva realizzare e vestire i suoi modelli, che riproponeva nelle sue illustrazioni.Così come la grande capacità e

Addio ad Angelo Colangelo: L’Uso Dell’Arte Contro La Violenza

Angelo Colangelo nacque nel 1927 a Penne, un comune situato nella provincia di Pescara, in Abruzzo. Sin da giovane, si distinse per un talento artistico che avrebbe plasmato il suo futuro. Crescendo in un ambiente ricco di cultura e tradizioni, le sue esperienze formative nella sua città natale giocarono un ruolo cruciale nell’alimentare la sua passione per l’arte. A Penne, Colangelo ebbe l’opportunità di immergersi in un contesto storico affascinante, che comprendeva numerosi artisti e artigiani, la cui influenza si rifletté nei suoi lavori successivi. Con l’intento di affinare il suo talento, Angelo Colangelo si trasferì a Firenze, dove intraprese gli studi presso l’Istituto d’Arte. Qui, fu esposto a un ambiente vibrante, caratterizzato da una ricca eredità artistica. L’Istituto fornì una solida base di conoscenze pratiche e teoriche, permettendo a Colangelo di esplorare diverse tecniche e stili. La città stessa, con le sue meraviglie architettoniche e i suoi capolavori rinascimentali, non poté che ispirarlo ulteriormente. Successivamente, continuò il suo percorso all’Accademia di Belle Arti, dove le sue abilità vennero ulteriormente perfezionate, e questo passaggio rappresentò un momento cruciale nella sua evoluzione artistica. Durante questo periodo di formazione, Angelo Colangelo non solo sviluppò competenze tecniche ma anche una profonda comprensione delle dinamiche artistiche e culturali dell’epoca. Le esperienze vissute e le influenze apprese durante la sua infanzia e i primi anni di formazione contribuirono a forgiare la sua identità artistica. Le basi solide costruite a Penne e a Firenze lo avrebbero preparato per intraprendere una carriera straordinaria, caratterizzata da opere che avrebbero lasciato un’impronta duratura nel panorama artistico contemporaneo. L’Esperienza negli Stati Uniti e l’Influenza del New Bauhaus Tra il 1952 e il 1957, Angelo Colangelo si trasferì negli Stati Uniti, un periodo determinante per la sua formazione artistica e professionale. Questa esperienza si rivelò fondamentale, non solo per il suo sviluppo personale, ma anche per la sua capacità di contribuire al panorama artistico americano. Durante la sua permanenza, Colangelo assunse un ruolo significativo nel corpo docente dell’Università di Washington, dove insegnò principi di design ispirati al New Bauhaus. La filosofia di questa corrente, focalizzata sulla fusione tra arte e funzionalità, influenzò profondamente il suo approccio estetico. Colangelo trarrà ispirazione dagli scritti di critici e teorici come Keepes, che analizzarono il panorama artistico contemporaneo e promuoveranno un dialogo tra le diverse forme espressive. Inoltre, la conoscenza delle opere di artisti di spicco quali Jackson Pollock e Alexander Calder ampliò il suo orizzonte creativo, permettendogli di esplorare nuove tecniche e di adottare una visione più astratta nel suo lavoro. Questo scambio culturale e artistico si rivelò cruciale, poiché egli poté confrontarsi con approcci innovativi che stavano ridefinendo i confini dell’arte contemporanea. In aggiunta, il mondo della musica influenzò significativamente Colangelo. La musica di John Cage, con il suo approccio non convenzionale e l’uso del silenzio e del rumore, stimolò Colangelo a rompere le barriere tradizionali della creatività. La fusione di queste esperienze culturali e artistiche negli Stati Uniti contribuì non solo a modellare il suo stile ma a rafforzare la sua identità artistica. È evidente come questi anni abbiano lasciato una traccia indelebile sul percorso di Colangelo, segnando un’epoca di sperimentazione e apprendimento, che influenzò il suo lavoro e la sua visione per il futuro. Ritorno in Italia e Le Esposizioni Il ritorno di Angelo Colangelo in Italia segna un capitolo cruciale nella sua carriera artistica. Una volta tornato nel suo paese natale, Colangelo è stato accolto calorosamente dalla scena artistica fiorentina, che lo ha visto partecipare a significative esposizioni. Tra queste, la sua collaborazione con la Galleria Numero a Firenze ha rappresentato un’importante pietra miliare. La galleria, rinomata per la sua capacità di presentare artisti emergenti e influenti, ha fornito a Colangelo una piattaforma per esporre le sue opere e per interagire con un pubblico interessato e appassionato. Le esposizioni di Colangelo non si sono limitate a Firenze; uno dei momenti salienti della sua carriera è stata la mostra a Palazzo Strozzi, dove le sue opere sono state messe in risalto accanto a quelle di altri artisti prestigiosi. Palazzo Strozzi, con la sua ricca storia e posizione centrale, ha offerto una cornice ideale per la promozione della sua arte. È qui che Colangelo ha potuto esibire la sua abilità unica nel disegno, i cui esemplari hanno attirato l’attenzione del Gabinetto dei Disegni e Stampe degli Uffizi, famoso per collezioni di alta qualità. L’inclusione dei suoi disegni in questa prestigiosa istituzione ha conferito a Colangelo un riconoscimento significativo, elevando il suo status nella comunità artistica. Inoltre, il suo talento e la sua creatività non sono passati inosservati anche all’estero, portandolo a ricevere inviti a eventi di grande rilevanza, come il Salone des Réalités Nouvelles a Parigi e la Biennale d’Arte di Venezia. Queste opportunità hanno ulteriormente consolidato la sua reputazione e gli hanno permesso di stringere legami con altri artisti di spicco a livello internazionale. L’impatto delle sue esposizioni e delle sue partecipazioni a eventi rinomati ha avuto un significato profondo nel rafforzare la sua eredità artistica, rendendolo una figura chiave nel panorama contemporaneo dell’arte italiana. L’Eredità di Angelo Colangelo Angelo Colangelo, figura centrale nell’arte contemporanea italiana, ha avuto una carriera straordinaria che ha segnato profondamente il panorama artistico a partire dagli anni ’80 fino agli anni ’90. Durante questo periodo, il suo lavoro ha subito un’evoluzione decisiva, abbracciando nuovi sviluppi sia formali che concettuali. Colangelo ha saputo catturare l’essenza dei suoi tempi, intersecando tradizione e innovazione. Le sue opere si sono contraddistinte per una profonda introspezione e un forte legame con il contesto socio-culturale. Una delle caratteristiche più significative del lavoro di Colangelo in questo periodo è stata la sua capacità di partecipare attivamente a importanti mostre internazionali. Questi eventi hanno avuto un ruolo cruciale nel proiettare la sua arte a livello mondiale, permettendo una riconoscibilità che ha oltrepassato i confini nazionali. Le sue opere, caratterizzate da una fusione di materiali e tecniche, hanno attirato l’attenzione di critici e collezionisti, consolidando la sua posizione come artista di punta. Il suo approccio innovativo ha contribuito a ridefinire alcune pratiche artistiche, influenzando

Roberto Del Rosso: Un Viaggio attraverso illustrazioni tra il 1983 ed il 1990

Dal 20 al 30 marzo, la Fondazione Pescarabruzzo-Maison des Arts-ospiterà una mostra dedicata al designer pescarese Roberto Del Rosso (1964-2017). L’esposizione presenterà una selezione di illustrazioni realizzate nel periodo compreso tra il 1983 e il 1990, caratterizzate da un ricco linguaggio visivo e da una profonda emotività. L’inizio di un talento Roberto Del Rosso iniziò il suo viaggio creativo sin dall’infanzia, esprimendosi attraverso il disegno e la manipolazione dei materiali. I suoi primi lavori di creazione con il pongo, tra cui i “famosi” soldatini, non erano semplici giocattoli: rappresentavano un modo per dare vita a quell’immaginazione che avrebbe segnato il suo percorso creativo futuro. Creare, per Roberto, non era solo un hobby, era un linguaggio attraverso il quale esprimere le sue emozioni e i suoi pensieri, un mezzo di comunicazione e connessione con la realtà. La sua storia ci insegna che i talenti, quando nutriti sin dalla giovane età, possono fiorire in forme straordinarie. Percorso formativo e professionale La frequenza del Liceo Artistico “G. Misticoni” stimolò la sua creatività, fornendogli le competenze basilari necessarie per una piena espressione delle sue qualità artistiche. Imparò non solo ad impiegare le tecniche tradizionali, ma anche a pensare in modo critico riguardo al design e all’estetica. In seguito frequentò a Roma l’Istituto Europeo di Design, sostenendo contemporaneamente gli esami presso la facoltà di Architettura dell’Università “G. D’Annunzio” di Pescara. Grazie al valore formativo di tali esperienze, Roberto intraprese un percorso lavorativo: iniziò così a collaborare con diverse agenzie di design, interagendo con professionisti del settore e conseguendo esperienze che gli consentirono di arricchire il suo background. In seguito, insieme alla moglie, fondò “Alta Design”, che segnò l’inizio della sua vera carriera di designer. Lo studio divenne un punto di riferimento per una vasta e varia Clientela, a livello locale e nazionale. Riconoscimenti e collaborazioni Roberto Del Rosso cominciò a distinguersi nel panorama del design contemporaneo, diventando punto di riferimento per marchi prestigiosi come, ad esempio, De Cecco e Bilancioni, per la capacità di armonizzare vere e proprie sinergie creative con le esigenze della committenza. Uno degli aspetti più significativi del suo lavoro riguardava la progettazione di stand espositivi realizzati per eventi nazionali ed internazionali. Ogni progetto era la manifestazione tangibile della sua capacità di fondere design e architettura, creando spazi che, non solo catturavano l’attenzione, ma raccontavano una storia. Grazie anche all’uso di materiali innovativi, le installazioni diventavano esperienze immersive, che riflettevano il mondo del marchio rappresentato. Roberto Del Rosso ha lasciato un’eredità professionale che spazia dall’interior design alla comunicazione, dalla fotografia al design del prodotto, comunicando un profilo versatile e raffinato. L’influenza della pop art è evidente in alcune sue realizzazioni non solo per la maestria grafica, ma anche per l’importanza riconosciuta ai rapporti umani. Quindi, non è solo la sua produzione visiva ad essere celebrata, ma anche la persona che era, amata e stimata da chi lo circondava. In suo ricordo, in occasione del compleanno, sono stati organizzati eventi soprattutto musicali. Quest’anno lo commemoriamo per il suo talento, ma anche per il valore delle relazioni umane nella sua vita. Infatti i riferimenti al suo mondo affettivo s’intrecciano con alcune delle opere realizzate, creando un panorama artistico capace di toccare il cuore di chi osserva.