Sandra Di Marcantonio: il viaggio metasimbolico tra anima, colore e spiritualità Giulianova. Una sera d’estate, nel giardino che custodisce il suo atelier, incontriamo Sandra Di Marcantonio, artista giuliese dalla creatività poliedrica: pittrice, musicista, autrice, spirito libero. I suoi quadri ci accolgono con un impatto immediato: campiture di rosso che si innestano nel bianco, bagliori d’oro che richiamano il sole e la trascendenza, forme classiche che tuttavia non smettono di vibrare di modernità. La sua è una pittura che si definisce metasimbolica: oltre il simbolo, verso un linguaggio che cerca di dare corpo visibile a ciò che visibile non è. Ogni tela diventa dunque un passaggio, una soglia tra mondo interiore e realtà condivisa. Anime e gemellarità spirituale Tra le opere che presentiamo, spicca Anime, un lavoro in cui due figure maschili evocano non soltanto corpi, ma riflessi dell’anima. «La ricerca del gemello spirituale – spiega l’artista – non è per forza un incontro con l’altro: può essere un ritrovamento dentro di sé. Una completezza che abita già in noi, senza bisogno di esterni specchi». L’arte di Di Marcantonio, in questo senso, diventa un cammino verso la riconciliazione interiore: la gemellarità non come destino amoroso, ma come riconoscimento della propria pienezza. L’elevazione sospesa Accanto ad Anime troviamo Sospeso, un’opera che raffigura un uomo in levitazione all’interno di una struttura che richiama una chiesa. Non si tratta, però, di religione in senso dogmatico: «La spiritualità per me non è mai legata alle regole delle istituzioni. È piuttosto una tensione verso l’amore puro, un elevarsi al di là della materia». La chiesa dipinta, dunque, diventa simbolo universale di aspirazione, più che luogo di culto. La grammatica del colore Tre sono i poli cromatici che guidano la ricerca di Sandra Di Marcantonio: nero, rosso e bianco. Il nero come oscurità, peso, profondità. Il rosso come azione, trasformazione, energia vitale. Il bianco come purezza e luce. A questi si aggiunge l’oro, che vibra di sacralità e di sole, un ponte verso le filosofie orientali. «Ogni colore – racconta – nasce dallo stato d’animo che vivo in quel periodo. Ci sono fasi “verdi”, più meditative, e fasi rosse, più dinamiche. La pittura è sempre un autoritratto dell’anima». Tra sogno e musica Non stupisce che alcune figure emergano da visioni oniriche: volti, corpi sospesi, atmosfere lucide e al tempo stesso misteriose. Altre volte la scintilla nasce dalla musica, compagna costante della sua vita artistica. Pittura, sogno e suono si intrecciano così in un’unica sinfonia interiore. Un’arte per elevarsi Il percorso metasimbolico di Sandra Di Marcantonio non offre risposte definitive, ma piuttosto invita a partecipare a una ricerca continua. Tra simboli che si superano e colori che diventano stati dell’anima, la sua pittura è una chiamata all’elevazione: non verso un altrove astratto, ma dentro il cuore stesso dell’esperienza umana.
Il pensiero genera materia: l’intervento della storica dell’arte Marialuisa De Santis al Premio Caramanico 2025
Il pensiero genera materia: l’intervento della storica dell’arte Marialuisa De Santis al Premio Caramanico 2025 Nella suggestiva cornice dell’Ex Convento delle Clarisse si è svolta la cerimonia del Premio Caramanico 2025, un evento che ha unito arte, cultura e memoria storica. Tra gli interventi più attesi e apprezzati, quello della Dottoressa Marialuisa De Santis, critica e storica dell’arte, che con la sua consueta profondità ha offerto al pubblico una riflessione intensa sul rapporto tra pensiero, materia, ruolo delle donne e linguaggio del colore nell’arte contemporanea. L’emozione del contatto diretto con l’opera De Santis ha aperto il suo intervento condividendo un ricordo personale: l’incontro giovanile con il celebre Cristo Morto di Andrea Mantegna, visto dal vivo dopo averlo studiato sui manuali scolastici. L’opera, di dimensioni ridotte rispetto all’immaginazione, l’aveva inizialmente delusa. Da quell’esperienza, ha maturato la convinzione che l’arte non possa essere pienamente compresa senza il contatto diretto con la materia e la fisicità dell’opera: «Per le opere contemporanee – ha spiegato – la materia entra a far parte del linguaggio stesso, della sua corposità e della sua forza». Il pensiero e la materia: un dialogo aperto Il titolo della mostra collegata al Premio, “Il pensiero genera la materia”, è stato il punto di partenza per una riflessione più ampia. La studiosa ha ricordato come l’opera d’arte non nasca solo dall’intenzione dell’artista, ma generi a sua volta pensiero in chi la osserva. Citando Umberto Eco e il saggio di Tomaso Montanari “La terza ora d’aria”, De Santis ha sottolineato come, una volta completata, l’opera diventi patrimonio del pubblico, capace di stimolare emozioni, riflessioni e interpretazioni personali. Interpretare l’arte: tra Montanari e Proust La storica ha raccontato un episodio riportato da Montanari, che interpreta la Maddalena di Savoldo come avvolta nel lenzuolo di Cristo per respirarne ancora il profumo e la presenza. «È una lettura soggettiva, non attestata dalla tradizione storica, ma che ha il diritto di esistere», ha ribadito De Santis, richiamando anche Proust, secondo cui “ogni lettore in un libro legge se stesso”. Lo stesso vale per l’arte: ognuno, attraverso la propria sensibilità e il proprio vissuto, costruisce un’interpretazione personale. L’arte come narrazione multipla Per rafforzare il concetto, De Santis ha evocato “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, un’opera che racconta lo stesso episodio banale in 99 versioni diverse. Un esempio che dimostra come ogni esperienza possa essere narrata e interpretata in modi infiniti: allo stesso modo, ogni opera d’arte è uno specchio che riflette sensibilità e prospettive differenti. Il libro su Gaetano Braga: un racconto attraverso l’arte L’intervento si è poi spostato sul libro recentemente pubblicato dalla stessa De Santis, dedicato a Gaetano Braga, violoncellista giuliese dell’Ottocento acclamato in Europa e negli Stati Uniti come “il re dei violoncellisti”. L’autrice ha scelto un approccio originale: non una biografia strettamente musicologica, ma una narrazione attraverso le connessioni artistiche e pittoriche del musicista, frequentatore di figure come Domenico Morelli e Giovanni Boldini. «Ho raccontato Braga dal punto di vista dell’arte e dei suoi amici pittori – ha spiegato – perché non potevo restare indifferente al fermento artistico e culturale del suo tempo, che ha posto le basi della modernità». Donne e arte: un cammino difficile Uno dei passaggi più significativi è stato quello dedicato al ruolo delle donne nella storia dell’arte. De Santis ha ricordato come fino all’Ottocento le accademie fossero quasi totalmente precluse alle donne, escluse persino dai corsi di nudo, considerati fondamentali per la formazione. Le poche eccezioni, come Artemisia Gentileschi, erano legate a contesti familiari particolari. Solo con la fine del XIX secolo, in un clima di rinnovamento culturale e sociale, le donne iniziarono a trovare maggiore spazio nella pittura e nelle arti visive. Il colore come emozione: l’omaggio a Patrizia D’Andrea De Santis ha reso omaggio a Patrizia D’Andrea, artista premiata durante l’evento, sottolineando come la sua ricerca abbia posto al centro il colore, inteso non come semplice linguaggio formale ma come veicolo di emozione e racconto personale. Citando Mark Rothko, ha ricordato: «Con le mie opere non voglio comunicare, voglio emozionare». Un principio che D’Andrea incarna pienamente, narrando la propria vita attraverso le vibrazioni cromatiche. L’arte come antidoto alla banalità In conclusione, la storica ha rivolto un ringraziamento sentito a tutti gli artisti presenti: «Con il vostro lavoro, con le vostre conquiste ma anche con le vostre delusioni, ci permettete di elevarci al di sopra della mediocrità e della banalità quotidiana». Un messaggio che ha risuonato con forza nella platea, sottolineando il valore dell’arte come strumento di bellezza, riflessione e resilienza.
“Arte e Design”: il collettivo AriArt in mostra a San Giovanni Teatino
“Arte e Design”: il collettivo AriArt in mostra a San Giovanni Teatino San Giovanni Teatino – Dal 6 al 27 settembre lo showroom SECALF Mobili di via Po, 86 ospita Arte e Design, la nuova mostra collettiva del gruppo pittorico AriArt, che raccoglie sei voci diverse e complementari: Luciano Costantini, Giacinta Di Battista, Maria Luisa Castellani, Rossana De Luca, Annalisa Faieta e Gabriella Agresti. In un contesto culturale dove spesso prevalgono l’individualismo e il protagonismo, AriArt rappresenta un esempio raro di collaborazione e dialogo creativo. Nato ad Ari, il gruppo si distingue per la capacità di intrecciare personalità e linguaggi distinti in un percorso condiviso, mantenendo intatta la specificità di ciascun artista. La curatela critica è affidata a Maria Cristina Ricciardi, che legge i lavori come espressioni di una coralità fatta di contrasti, armonie e continue ricerche interiori. I linguaggi degli artisti Luciano Costantini sviluppa una pittura biomorfica, in cui forme fluide e organiche richiamano la vitalità dei processi naturali, evocando un equilibrio resiliente. Giacinta Di Battista elabora un informale che non si limita alla materia ma si apre a bilanciamenti e tensioni, cercando equilibri complessi e necessari. Maria Luisa Castellani esplora la superficie come spazio tridimensionale, giocando su volumi e allusioni che ampliano la percezione visiva. Rossana De Luca, con tele di grande formato e un trittico imponente, lascia che il colore diventi linguaggio di libertà, creando paesaggi emotivi tra mondi sommersi e visioni cosmiche. Annalisa Faieta affronta il mistero del reale con una pittura che destabilizza e invita a una visione metamorfica della quotidianità. Gabriella Agresti lavora sulla sostanza pittorica come pura espressione di esistenza, lasciando che il colore diventi protagonista assoluto, fino alla rarefazione estrema dell’immagine. Arte e Design: un dialogo possibile La scelta del luogo non è casuale: lo spazio SECALF, con il suo design iconico, diventa cornice e contrappunto ideale alle opere, creando un dialogo tra pittura e arredo, tra linguaggi visivi e forme funzionali. L’esposizione si configura così come un laboratorio di contaminazioni: la pittura incontra il design, il gesto individuale si intreccia con la dimensione collettiva, e l’arte riafferma la sua capacità di ridefinire lo sguardo sul quotidiano. Arte e Design non è soltanto una mostra, ma un invito a considerare la creatività come esperienza condivisa, capace di aprire spazi di libertà e di immaginazione in un presente dominato dall’omologazione.
LA NOSTRA INTERVISTA: Silviano Scardecchia – La fotografia come archivio di emozioni
Silviano Scardecchia La fotografia come archivio di emozioni Un incontro tra tecnica, poesia ed esperienza di vita C’è chi definisce la fotografia come il semplice fermo-immagine di un istante, e chi invece la considera una finestra sull’anima del tempo. Silviano Scardecchia appartiene senza dubbio a questa seconda categoria: maestro della luce, “fotografo anarchico e nudo”, come ama definirsi, capace di trasformare ogni scatto in memoria viva e palpabile. In occasione di un incontro curato da Luciano, la redazione di Artelogia.it ha avuto l’onore di consegnargli un premio speciale per il miglior reportage sulle emozioni. Un riconoscimento nato dall’impatto che le sue immagini hanno saputo suscitare: quel silenzio evocato, ad esempio, dal mare calmo all’alba, quando pochi passi sulla riva si confondono con l’eco del sole nascente. Le radici di un’emozione La conversazione si apre con un ricordo intenso: il padre di Scardecchia, prigioniero degli inglesi dopo l’armistizio di Badoglio, costretto a consegnare anche la sua macchina fotografica e i rullini che custodiva gelosamente. «Non fu solo la prigionia a ferirlo – racconta Silviano – ma la perdita di quelle fotografie, un archivio di emozioni che rappresentavano la sua vita». Da quell’episodio nasce la consapevolezza che una fotografia non è soltanto immagine: è tempo che si conserva, emozione che sopravvive. Tra chimica e libertà creativa Scardecchia si laurea in chimica organica, ma i suoi professori già lo percepivano come fotografo con l’hobby della chimica. In effetti, la curiosità scientifica diventa per lui un laboratorio di sperimentazione: notti trascorse a mescolare reagenti, a inventare processi di sviluppo alternativi, a giocare con la materia stessa della luce. «Eravamo alchimisti della fotografia – ricorda – e questo mi ha insegnato la libertà: partire da una tecnica per esplorare e deviare, senza schemi». Oggi, pur lavorando con il digitale, non rinuncia a questa dimensione materica. Le sue stampe prendono vita su carta 100% cotone Fabriano, dove la grana e la consistenza diventano parte integrante dell’opera, trasformando ogni immagine in un oggetto emozionale e unico. L’innesco: dal padre alle motociclette Se l’origine del suo percorso è legata al padre, un altro momento decisivo fu l’incidente in moto da ragazzo. Immobilizzato a letto, iniziò a leggere riviste di fotografia: parole come “diaframma”, “emulsione”, “ferrocianuro” diventarono linguaggio familiare. Da lì la passione per immortalare le motociclette in corsa, catturando la velocità in immagini cariche di energia. Un fotografo “anarchico e nudo” Alla domanda su come si definirebbe, Scardecchia risponde con un sorriso: «Un fotografo anarchico e nudo». Anarchico perché libero da regole predefinite, sempre alla ricerca di nuove vie, e nudo perché autentico, spoglio di sovrastrutture. Sua moglie, scherza, ancora non ha ben compreso cosa abbia fatto nella vita. Forse proprio lì risiede l’essenza: l’arte come percorso in continua trasformazione, mai chiuso in un’etichetta. Conclusione L’incontro con Silviano Scardecchia non è stata una semplice intervista, ma un viaggio nelle pieghe della memoria e della materia fotografica. Il pubblico lo ha ascoltato senza annoiarsi, affascinato dalle sue parole e dai suoi racconti, tra esperienze personali, riflessioni filosofiche e tecniche di laboratorio. In un’epoca dominata dall’istantaneità digitale, il suo approccio ci ricorda che una fotografia non è mai soltanto immagine: è vita impressa nella carta, è tempo che sopravvive, è emozione che ritorna.
Caramanico Terme, tra Arte, Cultura e Natura: l’intervento di Christian Parone al Finissage del Premio 2025
Caramanico Terme (31 agosto 2025) – In occasione del Finissage del Premio Caramanico Terme 2025, il Presidente del Consiglio Comunale Christian Parone ha portato i saluti istituzionali sottolineando la visione strategica con cui l’amministrazione intende rilanciare il borgo montano, storicamente noto per le sue acque termali, oggi chiamato a costruire un nuovo modello di sviluppo fondato su arte, cultura e natura. Parone ha ricordato come Caramanico goda di un patrimonio naturale unico, incastonato tra il Parco Nazionale della Maiella e la Valle dell’Orfento, prima riserva naturale integrale d’Italia negli anni ’70: «Siamo custodi di una biodiversità straordinaria – ha affermato – che rappresenta un valore identitario da proteggere e al tempo stesso una leva per un turismo di qualità». La cultura è l’altro pilastro del rilancio: la cerimonia si è svolta nell’ex Convento delle Clarisse, complesso recuperato nei primi anni Duemila e oggi sede di auditorium, chiostro e anfiteatro, che Parone ha definito «un luogo magico, capace di coniugare storia, spiritualità e creatività contemporanea». Proprio qui, negli ultimi anni, si sono susseguite mostre, concerti e presentazioni letterarie, con la collaborazione di artisti e istituzioni di rilievo nazionale. Il Presidente del Consiglio ha sottolineato anche le difficoltà di gestione e manutenzione di una struttura di tale pregio, indicando come unica strategia possibile «tenerla viva, sempre animata da iniziative, grandi o piccole, capaci di attrarre visitatori e di coinvolgere la comunità». Nel suo intervento, Parone ha espresso gratitudine agli artisti che hanno esposto le loro opere al Premio, evidenziando «la forza delle emozioni trasmesse da ciascun quadro, specchio di esperienze e sensibilità diverse». Ha poi ricordato la propria esperienza professionale in ambito sociale, dove l’arte diventa strumento terapeutico e di espressione anche per persone affette da demenza: «L’arte ha il potere di liberare emozioni e di unire le persone. È questa la direzione che vogliamo seguire anche per Caramanico». Concludendo, Parone ha rivolto un invito a tornare a Caramanico in tutte le stagioni, rassicurando sul sostegno del Comune: «Le risorse economiche non sono tante, ma la volontà è enorme. Le porte della nostra comunità restano aperte a qualsiasi iniziativa culturale e artistica che vogliate portare avanti». Il Finissage del Premio Caramanico Terme 2025 ha così suggellato non solo un percorso artistico, ma anche una visione di futuro che intreccia identità territoriale, creatività e turismo sostenibile
Ministero della Cultura, 2.700 assunzioni: ma chi difende chi non ha santi in paradiso?
Ministero della Cultura, 2.700 assunzioni: ma chi difende chi non ha santi in paradiso? Nuove assunzioni al Ministero della Cultura: una sfida di merito, non di raccomandazioni Il recente annuncio di 2.700 nuove assunzioni al Ministero della Cultura ha suscitato entusiasmo, non solo per l’impatto occupazionale, ma anche per il valore simbolico che porta con sé: un settore centrale per l’identità del Paese che si rafforza con nuovo personale. Ma dietro la buona notizia si cela un tema cruciale che va ben oltre il singolo concorso: la tutela di chi non può contare su una raccomandazione politica o su legami di potere. L’illusione del concorso “uguale per tutti” In teoria, il concorso pubblico dovrebbe garantire pari opportunità. È la forma più trasparente e meritocratica di selezione: stessi criteri, stesse prove, stesso bando. In pratica, però, non è raro che il sospetto di favoritismi o di procedure orientate a “chi deve vincere” metta in ombra il valore stesso del merito. Chi non appartiene a circuiti politici o non gode di protezioni rischia di percepire una partita già falsata, dove non basta studiare o avere titoli, ma conta soprattutto chi ti conosce. Una stortura che alimenta sfiducia e scoraggia i giovani più motivati. Il peso sociale di chi parte “senza appoggi” Pensiamo a un laureato, un ricercatore, un professionista precario che ha costruito il proprio percorso con sacrificio e dedizione, senza alcun legame politico. Per lui o lei, il concorso rappresenta un’occasione unica, forse irripetibile, per conquistare una stabilità lavorativa. Non c’è un “piano B” fatto di segnalazioni o corsie preferenziali: c’è solo la speranza che a vincere sia davvero la competenza. Privare queste persone di una reale chance significa non solo minare il loro futuro individuale, ma anche indebolire l’intero sistema culturale, che perde risorse umane capaci e motivate. La cultura non può permettersi la logica delle tessere Il patrimonio culturale italiano è uno dei pilastri della nostra identità nazionale e un motore economico con potenzialità immense. Trattarlo come terreno di scambio politico, invece che come settore strategico, significa condannarlo a rimanere debole e arretrato. La cultura ha bisogno di professionisti che credano nel proprio lavoro, che abbiano studiato e che vogliano innovare. Non di persone selezionate perché “vicine a”. La vera riforma: concorsi blindati e trasparenti Le nuove assunzioni rappresentano una grande occasione. Ma perché siano davvero un passo avanti, occorre: •Blindare le procedure concorsuali con criteri trasparenti, prove informatizzate e commissioni indipendenti. •Valorizzare i titoli e le esperienze reali, evitando bandi che appiattiscano le differenze tra chi ha investito anni di studio e chi no. •Creare meccanismi di controllo esterno che impediscano favoritismi e garantiscano la tracciabilità delle valutazioni. •Premiare il merito anche dopo l’assunzione, con possibilità di crescita basate sui risultati e non sulle appartenenze. Difendere chi non ha protezioni è difendere tutti Chi non può contare su un politico a cui bussare non è un “perdente di sistema”: è la maggioranza silenziosa, fatta di cittadini che credono ancora nello studio, nella dedizione e nel lavoro. Difendere i loro diritti significa difendere la credibilità stessa delle istituzioni. Se il Ministero della Cultura vuole davvero segnare una svolta, non basteranno i numeri delle nuove assunzioni: servirà una prova di forza contro ogni logica clientelare. Solo così, chi parte senza privilegi potrà finalmente competere ad armi pari.
A 7 anni dalla morte una mostra in Toscana sul maestro Mauro Staccioli a Casa Masaccio: la scultura come esperienza attraversante
Mauro Staccioli a Casa Masaccio: la scultura come esperienza attraversante La mostra “Sculture attraversabili e attraversanti”, a cura di Caterina Martinelli, restituisce a Casa Masaccio di San Giovanni Valdarno un omaggio rigoroso e poetico a Mauro Staccioli (Volterra, 1937 – Milano, 2018). Non si tratta soltanto di un’esposizione celebrativa, ma di un’indagine critica che ripercorre i nuclei fondanti della ricerca dell’artista, capace di trasformare la scultura in dispositivo di relazione e di coscienza. Sin dall’ingresso, la presenza dei materiali – cemento e corten, ma anche disegni e fotografie – costruisce un percorso che mette in luce l’anima progettuale dell’opera staccioliana. Non si assiste a una semplice raccolta di oggetti, ma a una vera e propria ricostruzione del processo che porta l’artista a concepire le sue installazioni monumentali. L’accento posto sul tempo e sulla dialettica vuoto-pieno rende la penombra rinascimentale di Casa Masaccio un palcoscenico ideale per comprendere la portata del suo linguaggio. La scultura come pensiero e responsabilità Il termine “attraversante” del titolo non è mera metafora: le opere di Staccioli non si limitano a occupare lo spazio, ma lo feriscono, lo segnano, lo aprono alla riflessione concettuale. L’atto dello spettatore non è mai passivo: come sottolinea la curatrice, la “responsabilità dello sguardo” diventa elemento costitutivo della scultura. Senza la presenza umana, senza il corpo che attraversa e lo sguardo che indaga, l’opera perderebbe la sua carica trasformativa. In questo senso, Staccioli si afferma come uno dei padri dell’Arte Ambientale, quella pratica nata negli anni Settanta in Toscana – tra la Fattoria di Celle di Giuliano Gori e la storica rassegna Volterra ’73 curata da Enrico Crispolti – che non intendeva produrre semplici oggetti, ma interventi attivi nel tessuto sociale e urbano. È in questa visione che la scultura diventa politica: non nel senso della propaganda, ma nella capacità di generare relazioni, consapevolezze, responsabilità condivise. Le comunità come materia viva Non è un caso che San Giovanni Valdarno sia un luogo privilegiato per questo reenactment. Qui, nel 1996, Staccioli aveva fatto “circolare” i suoi Tondi lungo il Corso Italia, tracciando un filo ideale con l’impianto urbano progettato da Arnolfo di Cambio. Quelle opere, poi ricollocate nella zona industriale nel 2023, restano come testimonianza della capacità dell’artista di dialogare con la comunità, intrecciando storia e contemporaneità. Per Staccioli, infatti, le persone sono “luoghi”: materia viva con cui plasmare un’arte che non si esaurisce nella forma, ma si rinnova nell’esperienza collettiva. Una lezione ancora attuale “Sculture attraversabili e attraversanti” non è solo un tributo, ma un invito a ripensare il ruolo dell’arte oggi. In un’epoca in cui la fruizione rischia di diventare rapida e superficiale, la lezione di Staccioli ci ricorda che l’opera d’arte è un evento che deve essere vissuto, attraversato, messo in relazione con il contesto e con chi lo abita. Casa Masaccio diventa così non solo spazio espositivo, ma luogo di consapevolezza: qui, la scultura di Mauro Staccioli si conferma non come oggetto statico, ma come gesto che interroga e, inevitabilmente, coinvolge.
Lo Sbeffeggio Ludopatico – Un’irriverenza necessaria
Lo Sbeffeggio Ludopatico – Un’irriverenza necessaria Ciclo ICONOCLASTICA di Luciano Di Gregorio Nel panorama dell’arte contemporanea, l’opera “Lo Sbeffeggio Ludopatico” di Luciano Di Gregorio, appartenente al ciclo ICONOCLASTICA, si impone come un cortocircuito visivo e concettuale, capace di fondere ironia e critica sociale in un’unica, sorprendente immagine. Il fotografo costruisce un ritratto che richiama la pittura fiamminga e barocca, per impostazione luministica e per la rigidità teatrale della posa. Tuttavia, la compostezza viene subito incrinata da elementi di dissonanza: la bambina mostra la lingua con un ghigno beffardo, tiene un pastello tra i denti come fosse un’arma giocosa, e soprattutto indossa un collare elisabettiano decorato da piccoli cuori, segni di una giocosa decadenza. Sul capo, a completare l’atto iconoclasta, un fragile castello di carte: simbolo del vizio, della precarietà, e della compulsione ludica. Di Gregorio gioca volutamente con la tensione tra codici alti e bassi, tra il rigore delle convenzioni estetiche e la carica dissacrante del gesto infantile. L’immagine diventa così un’allegoria della ludopatia: un gioco che non è più innocente, che trasforma il divertimento in ossessione, e che qui viene ridicolizzato, privato della sua aura tragica attraverso lo sberleffo. Il titolo stesso, Lo Sbeffeggio Ludopatico, è un ossimoro concettuale: la malattia sociale del gioco d’azzardo, una delle nuove schiavitù del nostro tempo, viene affrontata con leggerezza, come se un bambino la irridesse con la lingua di fuori. È proprio in questo scarto che risiede la forza dell’opera: la critica non passa per il moralismo, ma per la risata, per la parodia che disarma. L’artista, con il ciclo ICONOCLASTICA, sembra proporre una riflessione più ampia sul ruolo dell’immagine oggi: icona e idolo da distruggere, smontare, desacralizzare. Come un’eco lontana di Dada e Surrealismo, ma attualizzata nella fotografia concettuale, Di Gregorio ridisegna i confini tra sacro e profano, tra arte alta e cultura pop, tra dramma e gioco. In definitiva, “Lo Sbeffeggio Ludopatico” non è solo un ritratto ironico: è un atto politico, un invito a guardare in faccia le contraddizioni del presente senza paura di riderne. Perché, come l’artista sembra suggerire, anche la risata può essere un’arma iconoclastica.
Arte in TV: da Frankenstein ai Bronzi di Riace, passando per Vermeer e Mondrian
Arte in TV: da Frankenstein ai Bronzi di Riace, passando per Vermeer e Mondrian L’ultima settimana di agosto porta sul piccolo schermo una ricca offerta dedicata all’arte e alla cultura, tra documentari, serie e mostre raccontate in esclusiva. Ecco gli appuntamenti da non perdere. Sky Arte: miti, leggende e musei italiani Lunedì 25 agosto debutta Il mio nome è leggenda, una serie in sei episodi ideata da Bottega Finzioni e condotta da Matilda De Angelis, che indaga le radici reali di alcuni personaggi iconici della nostra immaginazione. Ore 21.15 – Frankenstein sono io: a Bologna la scienza del fisico Giovanni Aldini incontra la letteratura di Mary Shelley. Ore 21.55 – La ragazza del boop-boop-a-doop: la storia di Helen Kane, musa di Betty Boop. A seguire episodi dedicati a Zorro, Pippi Calzelunghe, Indiana Jones e Dracula. Martedì 26 agosto, dalle 21.15, spazio alla seconda stagione di Musei, con una maratona di otto episodi narrati da Lella Costa. Un viaggio nei più importanti musei italiani, dagli Uffizi al Palazzo Ducale di Urbino, dalla Ca’ d’Oro di Venezia al Museo Archeologico di Reggio Calabria, fino al cuore della Camera degli Sposi di Mantegna a Mantova. Giovedì 28 agosto alle 19.35 Sky Arte propone Vermeer – The Greatest Exhibition, che porta lo spettatore al Rijksmuseum di Amsterdam per scoprire la più grande mostra mai dedicata al pittore olandese. Rai Storia: Mondrian e l’astrazione geometrica Sempre questa settimana, Rai Storia dedica un approfondimento a Piet Mondrian nella rubrica Iconologie quotidiane. Protagonista è la Composizione No. II (1919-1921), analizzata dallo storico dell’arte Rodolfo Papa. Un’occasione per ripercorrere l’evoluzione verso l’astrazione e il rapporto dell’artista con il gruppo De Stijl, tra rigore geometrico e colori primari. Arte.tv: Cézanne pioniere Sulla piattaforma Arte.tv è disponibile fino al 26 settembre il documentario Paul Cézanne. Pioniere dell’arte moderna, realizzato in occasione della riapertura della residenza di famiglia ad Aix-en-Provence. Un viaggio nella vita e nelle opere del maestro francese, punto di snodo tra impressionismo e avanguardie. In sintesi La settimana televisiva regala al pubblico un mosaico di storie e visioni: dalla scienza che si fa mito con Frankenstein, alle sale dei grandi musei italiani, fino ai maestri che hanno rivoluzionato l’arte europea come Vermeer, Mondrian e Cézanne. Un calendario che accompagna verso la fine dell’estate con lo sguardo rivolto alla bellezza.
La fragilità del mito alato – Luciano Di Gregorio vince il Premio Caramanico Terme 2025 – Sezione Fotografia e Digital Art
La fragilità del mito alato Luciano Di Gregorio vince il Premio Caramanico Terme 2025 – Sezione Fotografia e Digital Art Il 23 agosto 2025, nelle atmosfere dense di memoria dell’ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme (PE), si è svolta l’VIII edizione del Premio Caramanico Terme, una rassegna ormai punto di riferimento per le arti visive contemporanee in Abruzzo. La manifestazione, capace di coniugare tradizione e sperimentazione, ha premiato quest’anno, per la sezione dedicata alla Fotografia e Digital Art, l’opera Fragilità (2022) di Luciano Di Gregorio. L’opera Di Gregorio presenta un cavallo alato, reminiscenza mitologica di Pegaso, riletto in chiave contemporanea attraverso un linguaggio ibrido che fonde fotografia, manipolazione digitale e stratificazione pittorica. La figura emerge come un’apparizione lacerata: il corpo equino, attraversato da venature incandescenti e da fenditure di luce, appare fragile e allo stesso tempo possente. La superficie è incrinata da frammenti, piume e scintille rosse che evocano energia vitale, ma anche vulnerabilità e caducità. L’animale mitico non è più simbolo di pura elevazione eroica: il suo slancio sembra spezzato, contaminato da elementi organici e da tracce materiche che riportano il sogno a una condizione terrena. In questo senso il titolo, Fragilità, si fa chiave interpretativa: il mito sopravvive, ma non come icona intatta, bensì come corpo vivo, ferito, continuamente in trasformazione. Critica e visione L’opera di Di Gregorio si colloca in una linea di ricerca che interroga il rapporto tra mito e contemporaneità, tra eternità simbolica e precarietà del presente. L’uso della digital art non è qui esercizio estetico, ma linguaggio capace di tradurre la tensione del nostro tempo: l’energia della creazione e la disgregazione che la accompagna. La composizione, che alterna pieni e vuoti, coaguli cromatici e spazi rarefatti, rivela una sensibilità che guarda tanto alla pittura informale quanto alle possibilità generative del digitale. L’effetto finale è quello di un’immagine pulsante, in equilibrio tra attrazione e inquietudine, dove lo spettatore è invitato a riconoscere la fragilità come valore e come esperienza universale. Il contesto dell’evento Il Premio Caramanico Terme si conferma così un laboratorio privilegiato per la riflessione artistica. La scelta dell’ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme come sede non è casuale: un luogo che incarna la stratificazione storica e che diventa contenitore ideale per opere capaci di dialogare con il tempo, rinnovando significati e immaginari. L’assegnazione a Luciano Di Gregorio del primo premio per la sezione Fotografia e Digital Art segna un riconoscimento importante alla ricerca contemporanea che, pur muovendosi tra pixel e algoritmi, non dimentica la forza archetipica delle immagini. Fragilità dimostra che il mito può rinascere, ma solo se accetta di mostrarsi nella sua vulnerabilità, specchio dell’umano e delle sue metamorfosi.
