S.O.S. TERRA!” … dal 6 dicembre 2025 al 8 gennaio 2026 al Museo delle genti d’Abruzzo di Pescara
Quando gli alberi gridano e l’arte smette di essere innocua
La mostra di Bruno Di Pietro che non vuole farti uscire tranquillo
C’è un momento, entrando nella mostra di Bruno Di Pietro S.O.S. TERRA! NON LASCIAMOLA MORIRE…, in cui capisci che non sei davanti a una semplice esposizione di quadri.
Non è un “bel vedere”, non è una sfilata di opere da selfie.
È più simile a un processo: tu sei sul banco, la Terra è testimone, e gli alberi – quelli di Bruno – sono i principali accusatori.
La prima cosa che ti colpisce è il titolo: non un titolo, ma un allarme. S.O.S. Terra. Non lasciamola morire. Con quei tre puntini finali che non chiudono, ma sospendono: come se l’artista ti dicesse chiaramente che il finale non l’ha scritto lui. Lo scriveremo noi, con il nostro comportamento, con le nostre scelte, con la nostra capacità – o incapacità – di ascoltare.
⸻
Un catalogo “anomalo” per una mostra scomoda
Già il catalogo della mostra è una dichiarazione di intenti. Non il solito volume patinato dove l’immagine regna sovrana e il testo è un contorno. Qui accade il contrario: parola e immagine si guardano negli occhi alla pari.
Pittura, scultura, poesia: in Bruno Di Pietro non sono tre capitoli separati ma tre modi di dire la stessa urgenza.
La poesia, in particolare, non è il “di più” colto di un artista che ogni tanto scrive. È un secondo campo di battaglia.
È stato giustamente definito un catalogo anomalo, perché – al contrario dei cataloghi tradizionali – qui è la parola a farsi materia, a occupare spazio, a prendere posizione. Le poesie non commentano le opere: le affiancano, le contrastano, le amplificano. A volte le anticipano.
Di Pietro non è il pittore che “ogni tanto butta giù qualche verso”: è un artista che ha capito che, per dire certe cose, una sola lingua non basta. L’immagine arriva da una parte, la parola da un’altra. È in quella frizione che nasce qualcosa di potente.
⸻
L’albero-icona: non un paesaggio, ma una presa di posizione
Se dovessimo scegliere un simbolo per raccontare la mostra, sarebbe un albero.
Ma non l’albero da poster motivazionale, non il paesaggio da calendario.
L’albero di Bruno nasce da molto lontano, dall’infanzia trascorsa “attaccato ai tronchi”, in un ambiente rurale lungo un fiume, a salire sui rami per sfiorare il cielo. La natura, per lui, non è una moda green: è la prima maestra, è un imprinting fisico prima ancora che estetico.
Nelle prime opere gli alberi sono ancora riconoscibili come paesaggio. Ma lentamente il superfluo cade:
•spariscono le chiome,
•si riducono i dettagli realistici,
•le figure si assottigliano, si moltiplicano, si ritmano.
L’albero smette di essere “albero” e diventa segno, ritmo, colonna vertebrale dei dipinti.
Fino a diventare ciò che lo stesso artista e i critici chiamano “albero-icona”.
È qui il punto di svolta: non guardiamo più un bosco, ma un sistema di forze. L’albero non illustra nulla: mette in relazione. È il ponte tra il cielo e la terra, tra ciò che sta sopra e ciò che sta sotto, tra ciò che vediamo e ciò che facciamo finta di non vedere.
I suoi tronchi, allineati, rossi, verdi, blu, violenti e innaturali nei colori, funzionano come una partitura: una musica visiva che non accompagna, ma incalza. Sono alberi, sì, ma sono anche sbarre, nervature, cicatrici.
Sono vita che resiste e ferita che non si rimargina.
⸻
S.O.S. TERRA: chi stiamo lasciando morire davvero?
La domanda che attraversa la mostra sembra semplice, quasi da slogan: “Non lasciamo morire la Terra”.
Ma Bruno Di Pietro non si accontenta dei buoni sentimenti.
È davvero la Terra a essere in pericolo?
O siamo noi, come specie, che ci stiamo lentamente scavando la fossa?
La Terra ha attraversato cinque estinzioni di massa, quattro delle quali provocate da sé stessa, dai suoi processi geologici, dalle sue scosse, dai suoi cataclismi. La natura conosce la morte, ma conosce anche la rigenerazione.
Chi non sembra imparare mai è l’uomo.
E questa consapevolezza entra di prepotenza nell’opera di Di Pietro.
L’artista lo dimostra in modo clamoroso con un lavoro nato da un fatto di cronaca: la notizia che Bolsonaro, allora presidente del Brasile, autorizzava il disboscamento dell’Amazzonia.
Lì, racconta Di Pietro, è scattata la rabbia.
Da quella rabbia nasce un quadro che è più di un quadro: è un atto d’accusa, un “manifesto” pittorico. Una di quelle opere che trasformano l’indignazione in immagine, la politica in materia, la denuncia in forma.
“In quel momento – dice – ho sentito che era impossibile restare zitto.”
Il quadro non è solo contro Bolsonaro: è contro un’intera mentalità che considera la Terra come qualcosa da usare, sfruttare, bruciare, e non come un organismo da rispettare.
⸻
L’artista scomodo (per chi vorrebbe dormire tranquillo)
Non è un caso che il critico Andrea Baffoni lo definisca “artista scomodo”.
Scomodo per chi?
Per i politici che spianano foreste.
Per chi pensa che l’arte debba soprattutto “piacere” e “arredare”.
Per chi vuole quadri facili, rassicuranti, rivendibili e innocui.
Di Pietro non fa l’artista di mestiere: fa l’artista di coscienza.
Non si accontenta di “saper dipingere”. Vuole che ciò che dipinge abbia una conseguenza.
Nelle sue parole c’è una frase che merita di essere incisa in facciata all’ingresso di ogni mostra:
“L’arte è un tormento in più, ma ne sono appagato: sono mesi di tormento per un attimo di estasi.”
Dentro questo “tormento in più” c’è tutto:
•la fatica di trovare la forma giusta,
•l’ossessione di non accontentarsi,
•il peso della responsabilità di dire qualcosa che non sia solo decorazione.
L’estasi finale, quella fessura di felicità quando l’opera “si chiude”, dura poco.
Ma è sufficiente.
Perché da quel momento l’opera non appartiene più all’artista: appartiene al mondo. E può cominciare a fare il suo lavoro, silenzioso ma implacabile.
⸻
Provincia contro metropoli: il centro, oggi, non è più dove crediamo
Bruno Di Pietro non arriva da una capitale mondiale dell’arte.
Viene da una provincia che molti, superficialmente, considererebbero “laterale” rispetto ai grandi circuiti.
Eppure il suo curriculum smentisce la cartolina: oltre 40 mostre personali, circa 100 collettive, 4000 opere realizzate, esperienze a Parigi, Bruxelles, Milano, una presenza forte nel panorama italiano.
La provincia, per lui, non è un ripiego. È una scelta.
Un territorio da cui partire e in cui ritornare.
In un mondo in cui tutto è globalizzato, la vera radicalità è proprio questa: restare ancorati a un paesaggio concreto, a una memoria precisa, a un fiume, a un bosco, a un albero arrampicato da bambino.
Non è un caso che, accanto alla denuncia globale (Amazzonia, clima, deforestazione), nelle sue opere si senta sempre un respiro intimo, un odore di casa.
I suoi alberi sono tutti gli alberi del mondo, ma sono anche i suoi alberi.
Quelli di una vita.
⸻
Arte e responsabilità: cambiare le immagini non basta, bisogna cambiare le intenzioni
Una delle riflessioni più lucide emerse attorno alla mostra riguarda il ruolo dell’arte oggi. A che serve, davvero, un’opera d’arte in un pianeta in fiamme?
Può un quadro salvare una foresta?
Può una scultura cambiare le politiche energetiche?
Probabilmente no.
Ma può succedere qualcosa di più sottile, e forse più decisivo:
l’arte può cambiare le intenzioni.
Può mettere sulle spalle di chi guarda un peso nuovo: il peso del sapere.
Perché dopo aver visto certe immagini, dopo esserci sentiti chiamati in causa da certi simboli, continua a essere difficile fare finta di niente.
Di Pietro lo sa.
Le sue opere non sono manifesto politico in senso stretto, ma sono politiche nel senso profondo del termine: riguardano la polis, la comunità, il modo in cui decidiamo di stare al mondo.
C’è un passaggio chiave in questa idea:
l’arte non è solo un fatto culturale. È un fatto educativo.
Non nel senso moralistico, ma in quello più autentico: se non cambiamo la cultura profonda delle persone, non cambieranno nemmeno le leggi, le abitudini, i gesti quotidiani.
Un quadro che ti resta addosso è già una micro-rivoluzione.
Una poesia che ti torna in mente mentre stai per compiere un gesto distruttivo è già un freno, un piccolo inciampo nel meccanismo della distrazione.
⸻
Michelangelo, le cave e la scomodità della bellezza
La mostra non risparmia nemmeno il mondo dell’arte da uno sguardo critico.
C’è un’osservazione che spiazza: anche la grande arte del passato, quella che veneriamo nei musei, non è “innocua” verso la natura.
I marmi di Michelangelo, per esempio, sono blocchi strappati alla montagna.
Le cave di Carrara sono ferite aperte nel paesaggio.
Dobbiamo smettere di amare Michelangelo per questo? No.
Ma dobbiamo diventare consapevoli del fatto che ogni gesto creativo ha un costo.
Che ogni pietra scolpita, ogni albero tagliato, ogni materiale lavorato porta con sé un sacrificio.
Di Pietro non è un moralista: non si mette in cattedra a giudicare i giganti della storia.
Piuttosto ci invita a fare una cosa semplice e rivoluzionaria: riconoscere.
Riconoscere che un albero non è soltanto legno.
Che una pietra non è soltanto materia inerte.
Che tagliare, scavare, bruciare non sono atti neutri, ma gesti con un peso.
Se dobbiamo farlo – e spesso dobbiamo, perché viviamo, costruiamo, abitiamo – almeno, dice l’artista,
non dimentichiamoci di dire una preghiera.
Non religiosa per forza, ma poetica, simbolica, interiore.
⸻
Poesia: quando persino la lista della spesa potrebbe diventare un verso
In tutto questo, che ruolo gioca la poesia di Bruno Di Pietro?
Un ruolo tutt’altro che secondario.
La sua scrittura non è esercizio estetico: è un altro modo di allargare la ferita, di alleggerire il peso, di cercare un senso.
Si è detto, giustamente, che se bastasse saper scrivere, saremmo tutti poeti. Ma la poesia comincia quando le parole smettono di essere solo strumenti – per fare una lista, per dare un ordine – e diventano qualcosa che ti obbliga a guardare oltre.
Un vero poeta potrebbe trasformare anche l’elenco della spesa in poesia, se nel farlo riuscisse a far emergere il non detto, il nascosto, l’invisibile.
Nei testi legati a S.O.S. Terra c’è un’idea che ritorna:
forse, alla fine, la Terra ce la farà.
Il problema siamo noi.
Ma c’è, allo stesso tempo, un ostinato ottimismo: se continuiamo a pensare, a scrivere, a dipingere, a scolpire, forse qualcosa può cambiare. Lentamente, quasi impercettibilmente, ma può cambiare.
L’arte e la poesia, in questa visione, non sono arredamento: sono anticorpi.
⸻
Non lasciamo morire la Terra, ma nemmeno gli artisti che la difendono
Nel titolo della mostra c’è una frase imperativa: “Non lasciamola morire”.
Chi è, allora, questa “lei”?
È la Terra, certo.
Ma, uscendo dalla mostra, ti accorgi che sono almeno tre:
•La Terra fisica, quella degli alberi veri, dei fiumi, delle montagne sfregiate.
•La Terra interiore, quella della nostra coscienza, della nostra capacità di sentire ancora qualcosa e non anestetizzarci.
•La Terra dell’arte, quella degli artisti che non si accontentano di fare “cose belle”, ma mettono in gioco se stessi per dirci verità scomode.
L’avvertimento implicito di Bruno Di Pietro è chiaro:
se lasciamo morire la prima, le altre due non sopravviveranno.
Ma anche il contrario è vero:
se smettiamo di ascoltare l’arte, se smettiamo di dare spazio a chi ci scuote, anche la Terra reale diventerà solo un fondale muto, buono per una foto e niente di più.
S.O.S. TERRA! NON LASCIAMOLA MORIRE… è una mostra che non cerca di piacere a tutti i costi.
Cerca, piuttosto, di non lasciarti uguale a come eri entrato.
Ti mette davanti a un albero che è insieme ferita e preghiera.
Ti sbatte in faccia un titolo che non puoi leggere e dimenticare.
Ti fa capire che l’arte, quando è davvero viva, non ti accompagna soltanto: ti interroga, ti mette alle strette, ti chiede da che parte stai.
La Terra, forse, alla lunga si arrangerà.
La domanda vera è un’altra:
Noi, con che faccia ci guarderemo negli occhi, sapendo di aver ignorato persino il grido degli alberi?
