LA SFIDA DI UNA VITA: VITO PANCELLA, LO SCULTORE CHE HA DATO RESPIRO ALLA MATERIA
È raro assistere al compimento reale di una sfida artistica totale, quella che non riguarda una singola opera, ma un’intera esistenza. Nel caso di Vito Pancella, questa sfida appare vinta al primo sguardo. Basta percorrere le sale della mostra per percepire il suo impegno ostinato – quasi fisico – nel liberare la materia e trasformarla in forme vive, pulsanti, animate da un’energia che travalica il tempo.
Pancella non modella soltanto il bronzo, il gesso o la pietra: egli restituisce alla scultura la sua voce, le dona un respiro, una direzione, un sentimento. È qui la sua grandezza: nel riuscire a collocarsi dentro la tradizione senza esserne prigioniero.
Il legame con la grande eredità italiana
Il maestro si inserisce nel solco nobile della scultura rinascimentale, dove la materia non è mai un limite, ma una prigione da spezzare. Come i grandi lapicidi del passato, Pancella non rappresenta la forma: la libera, la solleva, la alleggerisce, la spiritualizza. Ogni sua figura sembra in procinto di oltrepassare la condizione del peso per accedere a una dimensione altra: armonica, poetica, leggera.
Il nodo storico: la scultura dopo il 1945
Il lavoro critico della mostra mette Pancella in dialogo con una stagione complessa dell’arte italiana: il dopoguerra. Nel 1945, lo stesso anno in cui l’artista nasce a Lanciano, Arturo Martini pubblica il celebre testo La scultura lingua morta, sancendo la crisi del linguaggio plastico e aprendo una ferita teorica destinata a segnare intere generazioni.
Il Novecento frantuma la scena artistica in tre blocchi inconciliabili:
Dove collocarsi? Dove trovare spazio? Dove parlare ancora di bellezza senza cadere nella retorica?
Pancella attraversa questo campo minato con una grazia sorprendente, senza cedere né ai dogmi ideologici né alle mode del momento. La sua barra resta dritta. È la sicurezza dei grandi.
La scelta poetica della figura
La sua risposta è la figurazione femminile, non come ripetizione accademica, ma come approdo poetico. La donna diventa luogo della bellezza, custode del movimento, interprete dei sentimenti della natura. È un linguaggio che Pancella costruisce attraverso il gesto, il segno, l’incisione che rompe la perfezione e la contraddice, laddove – come lui stesso afferma – «la bella forma non basta: va messa in tensione».
Qui emerge la sua unicità: un realismo non descrittivo ma sentimentale, un organicismo che sfiora l’astrazione senza mai abbandonare il corpo.
Il sentimento della natura
La mostra si articola intorno a un’intuizione curatoriale felicissima: la natura non è sfondo, ma protagonista emotiva. Alba, vento, mare, sole, tramonto non sono paesaggi, ma esperienze interiori. Pancella non tenta di rappresentare la natura: la percepisce, la ascolta e la traduce in scultura.
Da qui nasce quella misteriosa vibrazione che anima le opere: la materia respira.
Una responsabilità verso il futuro
Nel ventennale della sua scomparsa e nell’anno in cui avrebbe compiuto ottant’anni, questa mostra non è solo un omaggio, ma un atto di responsabilità culturale.
Come ha ricordato la famiglia:
«Viviamo in tempi attraversati da paure, tensioni, mutamenti. È la bellezza a salvarci, perché ci restituisce ciò che ci rende davvero umani.»
Ed è proprio ciò che Pancella ci consegna: un’arte che non intrattiene, ma eleva; che non illustra, ma interroga; che non impone, ma accompagna.