ADDIO A GIORGIO FORATTINI, la satira come arte della libertà

Tra disegno, politica e coraggio: il ritratto di un artista che ha fatto della vignetta un’arma poetica contro il potere. In un’epoca in cui la libertà d’espressione appare fragile e continuamente negoziata, la figura di Giorgio Forattini si staglia come quella di un artista radicalmente libero, un intellettuale armato solo di matita e ironia, capace di trasformare la cronaca politica in un affresco impietoso dell’Italia repubblicana. Le sue vignette non erano semplici commenti visivi: erano atti di critica culturale, sculture di pensiero modellate con il tratto graffiante del disegno e il lampo improvviso dell’intuizione satirica. “Il principio della libertà e del divertimento” – così Forattini definiva la sua bussola artistica. Libertà come spinta morale, divertimento come linguaggio per dire la verità attraverso la leggerezza. Ma le sue “frecciate” non risparmiavano nessuno, e proprio per questo diventavano specchio autentico del potere e delle sue maschere. Da Andreotti il multiforme a Craxi ritratto come un Duce redivivo, da D’Alema in uniforme da “Hitler comunista” a Prodi curato di campagna, Forattini non disegnava solo i volti dei politici: li reinventava come simboli, archetipi di un teatro nazionale. Era, in fondo, un narratore visivo del potere e delle sue deformazioni, un caricaturista che aveva il dono raro di fondere il linguaggio dell’arte con quello della filosofia civile. L’episodio della querela da parte di Massimo D’Alema, che chiese tre miliardi di lire solo a lui e non al giornale, segnò una frattura epocale nella storia della satira italiana: la fine del lungo sodalizio con La Repubblica e il passaggio a La Stampa, voluto da un “Avvocato” (Agnelli) che evidentemente riconosceva nella sua matita la forza di un patrimonio culturale. Era il segno che la vignetta, per Forattini, non era un gioco ma una forma d’arte impegnata, una testimonianza visiva della libertà di pensiero. Dietro il sorriso amaro dei suoi disegni si nascondeva spesso la malinconia di un osservatore attento al dolore del mondo. Come nella celebre vignetta dedicata a Leon Klinghoffer, l’americano disabile ucciso nella tragedia dell’Achille Lauro: una sedia a rotelle in riva al mare, un silenzio che vale più di mille parole. O ancora la Sicilia-coccodrillo che piange la morte di Giovanni Falcone, forse il suo capolavoro più toccante: la satira che si fa pietà civile, memoria collettiva. Forattini ha attraversato mezzo secolo di storia nazionale, passando da Panorama a Paese Sera, da La Repubblica a Il Giornale, mantenendo sempre una coerenza adamantina: nessuna appartenenza, nessuna sudditanza. “Non sono mai stato né di destra né di sinistra – diceva – sono un uomo libero”. Una frase che riassume non solo il suo pensiero ma anche la sua estetica: un’arte che nasce dal dubbio, dal dissenso, dalla capacità di ridere per non appartenere. Oggi le sue tavole, i suoi volumi (oltre sessanta, più di tre milioni di copie vendute) restano una galleria di icone italiane, testimonianza di un tempo in cui la satira era ancora arte, e l’arte aveva il coraggio di disturbare. Forattini non ha solo disegnato i potenti: li ha messi di fronte allo specchio. E in quello specchio, spesso, si rifletteva l’intera nazione. Chiusura: In un’epoca di comunicazione anestetizzata e di opinioni usa e getta, il segno di Forattini conserva una forza attuale: ci ricorda che la matita è un’arma di libertà, e che l’ironia, quando nasce dal coraggio, diventa la forma più alta di verità artistica.