LA SFIDA DI UNA VITA: VITO PANCELLA, LO SCULTORE CHE HA DATO RESPIRO ALLA MATERIA

LA SFIDA DI UNA VITA: VITO PANCELLA, LO SCULTORE CHE HA DATO RESPIRO ALLA MATERIA È raro assistere al compimento reale di una sfida artistica totale, quella che non riguarda una singola opera, ma un’intera esistenza. Nel caso di Vito Pancella, questa sfida appare vinta al primo sguardo. Basta percorrere le sale della mostra per percepire il suo impegno ostinato – quasi fisico – nel liberare la materia e trasformarla in forme vive, pulsanti, animate da un’energia che travalica il tempo. Pancella non modella soltanto il bronzo, il gesso o la pietra: egli restituisce alla scultura la sua voce, le dona un respiro, una direzione, un sentimento. È qui la sua grandezza: nel riuscire a collocarsi dentro la tradizione senza esserne prigioniero. Il legame con la grande eredità italiana Il maestro si inserisce nel solco nobile della scultura rinascimentale, dove la materia non è mai un limite, ma una prigione da spezzare. Come i grandi lapicidi del passato, Pancella non rappresenta la forma: la libera, la solleva, la alleggerisce, la spiritualizza. Ogni sua figura sembra in procinto di oltrepassare la condizione del peso per accedere a una dimensione altra: armonica, poetica, leggera. Il nodo storico: la scultura dopo il 1945 Il lavoro critico della mostra mette Pancella in dialogo con una stagione complessa dell’arte italiana: il dopoguerra. Nel 1945, lo stesso anno in cui l’artista nasce a Lanciano, Arturo Martini pubblica il celebre testo La scultura lingua morta, sancendo la crisi del linguaggio plastico e aprendo una ferita teorica destinata a segnare intere generazioni. Il Novecento frantuma la scena artistica in tre blocchi inconciliabili: figurazione realista astrazione internazionale concettualismo duchampiano Dove collocarsi? Dove trovare spazio? Dove parlare ancora di bellezza senza cadere nella retorica? Pancella attraversa questo campo minato con una grazia sorprendente, senza cedere né ai dogmi ideologici né alle mode del momento. La sua barra resta dritta. È la sicurezza dei grandi. La scelta poetica della figura La sua risposta è la figurazione femminile, non come ripetizione accademica, ma come approdo poetico. La donna diventa luogo della bellezza, custode del movimento, interprete dei sentimenti della natura. È un linguaggio che Pancella costruisce attraverso il gesto, il segno, l’incisione che rompe la perfezione e la contraddice, laddove – come lui stesso afferma – «la bella forma non basta: va messa in tensione». Qui emerge la sua unicità: un realismo non descrittivo ma sentimentale, un organicismo che sfiora l’astrazione senza mai abbandonare il corpo. Il sentimento della natura La mostra si articola intorno a un’intuizione curatoriale felicissima: la natura non è sfondo, ma protagonista emotiva. Alba, vento, mare, sole, tramonto non sono paesaggi, ma esperienze interiori. Pancella non tenta di rappresentare la natura: la percepisce, la ascolta e la traduce in scultura. Da qui nasce quella misteriosa vibrazione che anima le opere: la materia respira. Una responsabilità verso il futuro Nel ventennale della sua scomparsa e nell’anno in cui avrebbe compiuto ottant’anni, questa mostra non è solo un omaggio, ma un atto di responsabilità culturale. Come ha ricordato la famiglia: «Viviamo in tempi attraversati da paure, tensioni, mutamenti. È la bellezza a salvarci, perché ci restituisce ciò che ci rende davvero umani.» Ed è proprio ciò che Pancella ci consegna: un’arte che non intrattiene, ma eleva; che non illustra, ma interroga; che non impone, ma accompagna.

Mostra di Bruno Di Pietro S.O.S. TERRA! NON LASCIAMOLA MORIRE…

S.O.S. TERRA!” … dal 6 dicembre 2025 al 8 gennaio 2026 al Museo delle genti d’Abruzzo di Pescara Quando gli alberi gridano e l’arte smette di essere innocua La mostra di Bruno Di Pietro che non vuole farti uscire tranquillo C’è un momento, entrando nella mostra di Bruno Di Pietro S.O.S. TERRA! NON LASCIAMOLA MORIRE…, in cui capisci che non sei davanti a una semplice esposizione di quadri. Non è un “bel vedere”, non è una sfilata di opere da selfie. È più simile a un processo: tu sei sul banco, la Terra è testimone, e gli alberi – quelli di Bruno – sono i principali accusatori. La prima cosa che ti colpisce è il titolo: non un titolo, ma un allarme. S.O.S. Terra. Non lasciamola morire. Con quei tre puntini finali che non chiudono, ma sospendono: come se l’artista ti dicesse chiaramente che il finale non l’ha scritto lui. Lo scriveremo noi, con il nostro comportamento, con le nostre scelte, con la nostra capacità – o incapacità – di ascoltare. ⸻ Un catalogo “anomalo” per una mostra scomoda Già il catalogo della mostra è una dichiarazione di intenti. Non il solito volume patinato dove l’immagine regna sovrana e il testo è un contorno. Qui accade il contrario: parola e immagine si guardano negli occhi alla pari. Pittura, scultura, poesia: in Bruno Di Pietro non sono tre capitoli separati ma tre modi di dire la stessa urgenza. La poesia, in particolare, non è il “di più” colto di un artista che ogni tanto scrive. È un secondo campo di battaglia. È stato giustamente definito un catalogo anomalo, perché – al contrario dei cataloghi tradizionali – qui è la parola a farsi materia, a occupare spazio, a prendere posizione. Le poesie non commentano le opere: le affiancano, le contrastano, le amplificano. A volte le anticipano. Di Pietro non è il pittore che “ogni tanto butta giù qualche verso”: è un artista che ha capito che, per dire certe cose, una sola lingua non basta. L’immagine arriva da una parte, la parola da un’altra. È in quella frizione che nasce qualcosa di potente. ⸻ L’albero-icona: non un paesaggio, ma una presa di posizione Se dovessimo scegliere un simbolo per raccontare la mostra, sarebbe un albero. Ma non l’albero da poster motivazionale, non il paesaggio da calendario. L’albero di Bruno nasce da molto lontano, dall’infanzia trascorsa “attaccato ai tronchi”, in un ambiente rurale lungo un fiume, a salire sui rami per sfiorare il cielo. La natura, per lui, non è una moda green: è la prima maestra, è un imprinting fisico prima ancora che estetico. Nelle prime opere gli alberi sono ancora riconoscibili come paesaggio. Ma lentamente il superfluo cade: •spariscono le chiome, •si riducono i dettagli realistici, •le figure si assottigliano, si moltiplicano, si ritmano. L’albero smette di essere “albero” e diventa segno, ritmo, colonna vertebrale dei dipinti. Fino a diventare ciò che lo stesso artista e i critici chiamano “albero-icona”. È qui il punto di svolta: non guardiamo più un bosco, ma un sistema di forze. L’albero non illustra nulla: mette in relazione. È il ponte tra il cielo e la terra, tra ciò che sta sopra e ciò che sta sotto, tra ciò che vediamo e ciò che facciamo finta di non vedere. I suoi tronchi, allineati, rossi, verdi, blu, violenti e innaturali nei colori, funzionano come una partitura: una musica visiva che non accompagna, ma incalza. Sono alberi, sì, ma sono anche sbarre, nervature, cicatrici. Sono vita che resiste e ferita che non si rimargina. ⸻ S.O.S. TERRA: chi stiamo lasciando morire davvero? La domanda che attraversa la mostra sembra semplice, quasi da slogan: “Non lasciamo morire la Terra”. Ma Bruno Di Pietro non si accontenta dei buoni sentimenti. È davvero la Terra a essere in pericolo? O siamo noi, come specie, che ci stiamo lentamente scavando la fossa? La Terra ha attraversato cinque estinzioni di massa, quattro delle quali provocate da sé stessa, dai suoi processi geologici, dalle sue scosse, dai suoi cataclismi. La natura conosce la morte, ma conosce anche la rigenerazione. Chi non sembra imparare mai è l’uomo. E questa consapevolezza entra di prepotenza nell’opera di Di Pietro. L’artista lo dimostra in modo clamoroso con un lavoro nato da un fatto di cronaca: la notizia che Bolsonaro, allora presidente del Brasile, autorizzava il disboscamento dell’Amazzonia. Lì, racconta Di Pietro, è scattata la rabbia. Da quella rabbia nasce un quadro che è più di un quadro: è un atto d’accusa, un “manifesto” pittorico. Una di quelle opere che trasformano l’indignazione in immagine, la politica in materia, la denuncia in forma. “In quel momento – dice – ho sentito che era impossibile restare zitto.” Il quadro non è solo contro Bolsonaro: è contro un’intera mentalità che considera la Terra come qualcosa da usare, sfruttare, bruciare, e non come un organismo da rispettare. ⸻ L’artista scomodo (per chi vorrebbe dormire tranquillo) Non è un caso che il critico Andrea Baffoni lo definisca “artista scomodo”. Scomodo per chi? Per i politici che spianano foreste. Per chi pensa che l’arte debba soprattutto “piacere” e “arredare”. Per chi vuole quadri facili, rassicuranti, rivendibili e innocui. Di Pietro non fa l’artista di mestiere: fa l’artista di coscienza. Non si accontenta di “saper dipingere”. Vuole che ciò che dipinge abbia una conseguenza. Nelle sue parole c’è una frase che merita di essere incisa in facciata all’ingresso di ogni mostra: “L’arte è un tormento in più, ma ne sono appagato: sono mesi di tormento per un attimo di estasi.” Dentro questo “tormento in più” c’è tutto: •la fatica di trovare la forma giusta, •l’ossessione di non accontentarsi, •il peso della responsabilità di dire qualcosa che non sia solo decorazione. L’estasi finale, quella fessura di felicità quando l’opera “si chiude”, dura poco. Ma è sufficiente. Perché da quel momento l’opera non appartiene più all’artista: appartiene al mondo. E può cominciare a fare il suo lavoro, silenzioso ma implacabile. ⸻ Provincia contro metropoli: il centro, oggi, non è più dove crediamo Bruno Di Pietro non arriva

La famiglia Cascella. Oltre il Tempo a Madrid

A Madrid la prima retrospettiva spagnola dedicata a cinque generazioni di artisti abruzzesi Madrid accoglie, dal 26 settembre all’8 novembre 2025, negli spazi dell’Istituto Italiano di Cultura, la mostra La famiglia Cascella. Oltre il Tempo, un viaggio che attraversa più di un secolo e mezzo di arte italiana. Per la prima volta in Spagna, il pubblico potrà ammirare le opere di cinque generazioni di artisti abruzzesi che hanno saputo reinventare il concetto stesso di tradizione, proiettandolo verso linguaggi sempre nuovi. L’iniziativa è promossa dall’Ambasciata d’Italia a Madrid, dall’Istituto Italiano di Cultura e dal Consiglio Regionale dell’Abruzzo, con il coordinamento dell’associazione Casa Abruzzo. Il progetto è curato da Guicciardo Sassoli de’ Bianchi Strozzi per Nuova Artemarea, con la supervisione scientifica dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani.   Un’eredità rinascimentale che guarda al futuro   Come nelle antiche botteghe rinascimentali, i Cascella hanno fatto dell’arte un laboratorio intergenerazionale in cui pittura, scultura, ceramica, editoria e illustrazione dialogano con le più recenti sperimentazioni fotografiche e digitali. Dalle radici di Basilio Cascella (nato a Pescara nel 1860), fino alle ricerche di Matteo Basilè e Davide Sebastian, la famiglia ha mantenuto viva la capacità di unire radici e innovazione, costruendo una narrazione estetica che attraversa il tempo. L’Ambasciatore d’Italia a Madrid, Giuseppe Buccino Grimaldi, sottolinea come la mostra sia più di una retrospettiva: “È una meditazione sul tempo, sull’arte come permanenza, sulle forme che ci riconducono all’origine”. Accanto alle opere, il percorso espositivo ospita anche documenti storici che restituiscono la densità filologica del cammino creativo della famiglia.   Arte come agente quantistico   La Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Madrid, Elena Fontanella, definisce i Cascella “un agente quantistico che attraversa il tempo con il linguaggio universale dell’arte, dove memoria e divenire si intrecciano in un’estetica di visioni ed emozioni”. Una definizione che cattura l’essenza della mostra: l’arte come flusso ininterrotto, ponte tra epoche e sensibilità.   Un progetto itinerante   Madrid rappresenta solo la prima tappa di un percorso espositivo itinerante che porterà la Famiglia Cascella in altri Istituti Italiani di Cultura nel mondo e in sedi istituzionali, con l’obiettivo di raccontare un’Italia che cambia senza mai tradire i suoi valori fondanti di creatività, cultura e innovazione. Con La famiglia Cascella. Oltre il Tempo, la capitale spagnola si trasforma così in un osservatorio privilegiato di una storia artistica unica, che unisce generazioni e discipline, ponendosi come esempio universale di continuità e metamorfosi.

VELASCO VITALI A PIETRASANTA: TRA VENTO E TERRA, UN DUELLO DI PITTURA

Pietrasanta continua a confermarsi una delle capitali italiane dell’arte contemporanea. Alla Galleria Antonia Jannone Disegni di Architettura, fino al 24 settembre 2025, si incontra un dialogo serrato e appassionante: “Vele” e “Terra Rossa”, due cicli pittorici emblematici di Velasco Vitali (Bellano, 1960), per la prima volta presentati insieme in un unico spazio. L’allestimento è rigoroso: due metà della stanza, due universi che si guardano. Da un lato, le vele – presentate qui in galleria per la prima volta – aprono un varco verso il mare, l’aria, il movimento. Dall’altro, i campi da tennis della “Terra Rossa”, già esposti nel 2024, ci riportano a terra, a un piano geometrico e mentale, a uno spazio sospeso. Il risultato è un confronto che più che una contrapposizione sembra un respiro a due tempi: un andare e un tornare, un inspirare e un espirare, una pittura che si misura con il tempo e con sé stessa. La forza di Vitali è nella sua capacità di trasformare temi quotidiani in dispositivi concettuali. La vela diventa un esercizio di libertà e controllo: pennellate materiche e potenti che scolpiscono cieli e mari, creando immagini instabili, in bilico tra astrazione e racconto. Guardandole, sembra di sentire il vento. Il campo da tennis, al contrario, è deserto e silenzioso, privo di presenza umana: una mappa mentale, quasi un luogo dell’anima, dove le linee bianche diventano segni di orientamento, e la superficie è agitata da pennellate che ricordano il magma di un pensiero in formazione. Il progetto curatoriale della galleria funziona perché evidenzia la coerenza di una ricerca trentennale. Vitali, pittore e scultore visionario, lavora per cicli, per ossessioni. Qui lo vediamo fare i conti con due poli complementari: la leggerezza del vento e il peso della terra. Il risultato è un percorso immersivo e intimo, che invita a interrogarsi non solo sulla pittura, ma sul nostro modo di stare nel mondo: sospesi tra slancio e radicamento, tra desiderio di fuga e necessità di un luogo in cui fermarsi. Una mostra che vale il viaggio a Pietrasanta: per respirare a pieni polmoni, tra vele e linee bianche, la libertà inquieta della pittura di Velasco Vitali.

Caramanico Terme, tra Arte, Cultura e Natura: l’intervento di Christian Parone al Finissage del Premio 2025

Caramanico Terme (31 agosto 2025) – In occasione del Finissage del Premio Caramanico Terme 2025, il Presidente del Consiglio Comunale Christian Parone ha portato i saluti istituzionali sottolineando la visione strategica con cui l’amministrazione intende rilanciare il borgo montano, storicamente noto per le sue acque termali, oggi chiamato a costruire un nuovo modello di sviluppo fondato su arte, cultura e natura. Parone ha ricordato come Caramanico goda di un patrimonio naturale unico, incastonato tra il Parco Nazionale della Maiella e la Valle dell’Orfento, prima riserva naturale integrale d’Italia negli anni ’70: «Siamo custodi di una biodiversità straordinaria – ha affermato – che rappresenta un valore identitario da proteggere e al tempo stesso una leva per un turismo di qualità». La cultura è l’altro pilastro del rilancio: la cerimonia si è svolta nell’ex Convento delle Clarisse, complesso recuperato nei primi anni Duemila e oggi sede di auditorium, chiostro e anfiteatro, che Parone ha definito «un luogo magico, capace di coniugare storia, spiritualità e creatività contemporanea». Proprio qui, negli ultimi anni, si sono susseguite mostre, concerti e presentazioni letterarie, con la collaborazione di artisti e istituzioni di rilievo nazionale. Il Presidente del Consiglio ha sottolineato anche le difficoltà di gestione e manutenzione di una struttura di tale pregio, indicando come unica strategia possibile «tenerla viva, sempre animata da iniziative, grandi o piccole, capaci di attrarre visitatori e di coinvolgere la comunità». Nel suo intervento, Parone ha espresso gratitudine agli artisti che hanno esposto le loro opere al Premio, evidenziando «la forza delle emozioni trasmesse da ciascun quadro, specchio di esperienze e sensibilità diverse». Ha poi ricordato la propria esperienza professionale in ambito sociale, dove l’arte diventa strumento terapeutico e di espressione anche per persone affette da demenza: «L’arte ha il potere di liberare emozioni e di unire le persone. È questa la direzione che vogliamo seguire anche per Caramanico». Concludendo, Parone ha rivolto un invito a tornare a Caramanico in tutte le stagioni, rassicurando sul sostegno del Comune: «Le risorse economiche non sono tante, ma la volontà è enorme. Le porte della nostra comunità restano aperte a qualsiasi iniziativa culturale e artistica che vogliate portare avanti». Il Finissage del Premio Caramanico Terme 2025 ha così suggellato non solo un percorso artistico, ma anche una visione di futuro che intreccia identità territoriale, creatività e turismo sostenibile    

A 7 anni dalla morte una mostra in Toscana sul maestro Mauro Staccioli a Casa Masaccio: la scultura come esperienza attraversante

Mauro Staccioli a Casa Masaccio: la scultura come esperienza attraversante La mostra “Sculture attraversabili e attraversanti”, a cura di Caterina Martinelli, restituisce a Casa Masaccio di San Giovanni Valdarno un omaggio rigoroso e poetico a Mauro Staccioli (Volterra, 1937 – Milano, 2018). Non si tratta soltanto di un’esposizione celebrativa, ma di un’indagine critica che ripercorre i nuclei fondanti della ricerca dell’artista, capace di trasformare la scultura in dispositivo di relazione e di coscienza. Sin dall’ingresso, la presenza dei materiali – cemento e corten, ma anche disegni e fotografie – costruisce un percorso che mette in luce l’anima progettuale dell’opera staccioliana. Non si assiste a una semplice raccolta di oggetti, ma a una vera e propria ricostruzione del processo che porta l’artista a concepire le sue installazioni monumentali. L’accento posto sul tempo e sulla dialettica vuoto-pieno rende la penombra rinascimentale di Casa Masaccio un palcoscenico ideale per comprendere la portata del suo linguaggio. La scultura come pensiero e responsabilità Il termine “attraversante” del titolo non è mera metafora: le opere di Staccioli non si limitano a occupare lo spazio, ma lo feriscono, lo segnano, lo aprono alla riflessione concettuale. L’atto dello spettatore non è mai passivo: come sottolinea la curatrice, la “responsabilità dello sguardo” diventa elemento costitutivo della scultura. Senza la presenza umana, senza il corpo che attraversa e lo sguardo che indaga, l’opera perderebbe la sua carica trasformativa. In questo senso, Staccioli si afferma come uno dei padri dell’Arte Ambientale, quella pratica nata negli anni Settanta in Toscana – tra la Fattoria di Celle di Giuliano Gori e la storica rassegna Volterra ’73 curata da Enrico Crispolti – che non intendeva produrre semplici oggetti, ma interventi attivi nel tessuto sociale e urbano. È in questa visione che la scultura diventa politica: non nel senso della propaganda, ma nella capacità di generare relazioni, consapevolezze, responsabilità condivise. Le comunità come materia viva Non è un caso che San Giovanni Valdarno sia un luogo privilegiato per questo reenactment. Qui, nel 1996, Staccioli aveva fatto “circolare” i suoi Tondi lungo il Corso Italia, tracciando un filo ideale con l’impianto urbano progettato da Arnolfo di Cambio. Quelle opere, poi ricollocate nella zona industriale nel 2023, restano come testimonianza della capacità dell’artista di dialogare con la comunità, intrecciando storia e contemporaneità. Per Staccioli, infatti, le persone sono “luoghi”: materia viva con cui plasmare un’arte che non si esaurisce nella forma, ma si rinnova nell’esperienza collettiva. Una lezione ancora attuale “Sculture attraversabili e attraversanti” non è solo un tributo, ma un invito a ripensare il ruolo dell’arte oggi. In un’epoca in cui la fruizione rischia di diventare rapida e superficiale, la lezione di Staccioli ci ricorda che l’opera d’arte è un evento che deve essere vissuto, attraversato, messo in relazione con il contesto e con chi lo abita. Casa Masaccio diventa così non solo spazio espositivo, ma luogo di consapevolezza: qui, la scultura di Mauro Staccioli si conferma non come oggetto statico, ma come gesto che interroga e, inevitabilmente, coinvolge.

La fragilità del mito alato – Luciano Di Gregorio vince il Premio Caramanico Terme 2025 – Sezione Fotografia e Digital Art

La fragilità del mito alato Luciano Di Gregorio vince il Premio Caramanico Terme 2025 – Sezione Fotografia e Digital Art Il 23 agosto 2025, nelle atmosfere dense di memoria dell’ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme (PE), si è svolta l’VIII edizione del Premio Caramanico Terme, una rassegna ormai punto di riferimento per le arti visive contemporanee in Abruzzo. La manifestazione, capace di coniugare tradizione e sperimentazione, ha premiato quest’anno, per la sezione dedicata alla Fotografia e Digital Art, l’opera Fragilità (2022) di Luciano Di Gregorio. L’opera Di Gregorio presenta un cavallo alato, reminiscenza mitologica di Pegaso, riletto in chiave contemporanea attraverso un linguaggio ibrido che fonde fotografia, manipolazione digitale e stratificazione pittorica. La figura emerge come un’apparizione lacerata: il corpo equino, attraversato da venature incandescenti e da fenditure di luce, appare fragile e allo stesso tempo possente. La superficie è incrinata da frammenti, piume e scintille rosse che evocano energia vitale, ma anche vulnerabilità e caducità. L’animale mitico non è più simbolo di pura elevazione eroica: il suo slancio sembra spezzato, contaminato da elementi organici e da tracce materiche che riportano il sogno a una condizione terrena. In questo senso il titolo, Fragilità, si fa chiave interpretativa: il mito sopravvive, ma non come icona intatta, bensì come corpo vivo, ferito, continuamente in trasformazione. Critica e visione L’opera di Di Gregorio si colloca in una linea di ricerca che interroga il rapporto tra mito e contemporaneità, tra eternità simbolica e precarietà del presente. L’uso della digital art non è qui esercizio estetico, ma linguaggio capace di tradurre la tensione del nostro tempo: l’energia della creazione e la disgregazione che la accompagna. La composizione, che alterna pieni e vuoti, coaguli cromatici e spazi rarefatti, rivela una sensibilità che guarda tanto alla pittura informale quanto alle possibilità generative del digitale. L’effetto finale è quello di un’immagine pulsante, in equilibrio tra attrazione e inquietudine, dove lo spettatore è invitato a riconoscere la fragilità come valore e come esperienza universale. Il contesto dell’evento Il Premio Caramanico Terme si conferma così un laboratorio privilegiato per la riflessione artistica. La scelta dell’ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme come sede non è casuale: un luogo che incarna la stratificazione storica e che diventa contenitore ideale per opere capaci di dialogare con il tempo, rinnovando significati e immaginari. L’assegnazione a Luciano Di Gregorio del primo premio per la sezione Fotografia e Digital Art segna un riconoscimento importante alla ricerca contemporanea che, pur muovendosi tra pixel e algoritmi, non dimentica la forza archetipica delle immagini. Fragilità dimostra che il mito può rinascere, ma solo se accetta di mostrarsi nella sua vulnerabilità, specchio dell’umano e delle sue metamorfosi.

Ian Davenport porta i suoi colori a Todi

Ian Davenport porta i suoi colori a Todi Dal 31 agosto al 5 ottobre 2025, la Sala delle Pietre del Palazzo del Popolo ospita Holding Center, la personale del grande artista britannico Todi torna a essere palcoscenico internazionale per l’arte contemporanea. Dopo aver accolto maestri come Pomodoro, Plessi e di Suvero, la città umbra dedica la sua prossima stagione espositiva a Ian Davenport (Sidcup, 1966), tra i protagonisti della generazione degli Young British Artists. La mostra, curata da Marco Tonelli e intitolata Holding Center, sarà visitabile dal 31 agosto al 5 ottobre 2025 alla Sala delle Pietre del Palazzo del Popolo. In esposizione alcune delle celebri pitture-installazioni che trasformano la bidimensionalità in esperienza scultorea (Painting with floors), lavori su carta della serie Splats e una video-installazione che animerà il vicino Palazzo del Capitano nei giorni del Todi Festival (30 agosto – 7 settembre). Nominato al Turner Prize già nel 1991, Davenport è noto per le sue colate di colore che diventano architetture dinamiche e immersive. Ha esposto in istituzioni come la Tate Liverpool, il Dallas Contemporary e il Centre Pompidou, e le sue opere sono oggi presenti in prestigiose collezioni museali, dal MoMA di New York al National Museum Wales. L’iniziativa è promossa dal Comune di Todi, dal Todi Festival e dalla Fondazione Progetti Beverly Pepper, che affiancherà la mostra con un ricco programma di eventi collaterali gratuiti, tra visite guidate e laboratori per bambini e scuole. Ingresso libero. 🔗 todifestival.it

Tina Modotti: Una Vita tra Fotografia e Rivoluzione in Mostra a Roma

Fino al 21 settembre, il Museo di Roma in Trastevere ospita Tina Modotti. Donna, Fotografa, Militante. Una vita fra due Mondi, una mostra intensa e compatta dedicata a una delle figure più affascinanti del Novecento. Fotografa, attrice e attivista, Tina Modotti ha attraversato il secolo con passo rapido e deciso, lasciando un’impronta che oggi riemerge in tutta la sua potenza. Curata dall’associazione Storia e Memoria Aps in collaborazione con istituzioni italiane e messicane, l’esposizione ripercorre il breve ma folgorante cammino dell’artista friulana, nata a Udine nel 1896 e morta improvvisamente a Città del Messico nel 1942, in circostanze ancora oggi controverse. Oltre 60 tra fotografie, lettere e documenti illustrano il viaggio umano e artistico della Modotti: dagli inizi negli Stati Uniti come operaia e attrice, all’incontro decisivo con Edward Weston e l’approdo in Messico, dove l’arte fotografica si intreccia all’impegno politico. I suoi scatti – ritratti di lavoratori, nature morte, donne indigene – raccontano un’estetica essenziale, profondamente legata alla giustizia sociale. Modotti fu anche militante comunista, vicina a figure come Frida Kahlo, Diego Rivera e Siqueiros. Partecipò attivamente alla Guerra Civile Spagnola e, fino alla fine, visse tra arte, ideali e lotte. La mostra ne restituisce il volto sfaccettato: fragile e coraggioso, idealista e concreto, privato e pubblico. Un’occasione preziosa per riscoprire una figura chiave della fotografia del XX secolo, ponte tra due mondi – Italia e Messico – e testimone profonda di un’epoca di grandi trasformazioni.

Nel silenzio della materia. La pittura di Pipani tra stratificazione e distanza

Nel silenzio della materia. La pittura di Pipani tra stratificazione e distanza La pittura di Pipani si muove lungo i margini del visibile, là dove il gesto diventa traccia e il colore memoria. Le sue opere non cercano la rappresentazione, ma piuttosto l’evocazione, affidandosi a materiali che portano in sé un senso di fragilità e resistenza: garze, carte, pigmenti e resine si sovrappongono in una costruzione lenta e silenziosa della superficie. Ogni quadro è un campo stratificato, monocromo, spesso dominato da toni neutri o da un blu profondo, quasi archetipico. È proprio il blu egizio, presenza costante nella sua produzione recente, a diventare cifra poetica e concettuale del suo lavoro. Questo colore antico e al tempo stesso immaginifico rimanda a una “lontananza” non solo spaziale, ma anche mentale e spirituale. Una distanza che non separa, ma invita alla riflessione, all’ascolto di ciò che resta fuori dal frastuono dell’attualità. Nella mostra Über die Ferne, tenutasi a Milano nel 2024, Pipani ha esplicitamente messo in scena questa idea di altrove: uno spazio mentale che è insieme ritiro e apertura, memoria e attesa. Le superfici che l’artista compone sembrano custodire il tempo, inglobando segni, parole e tracce in un dialogo silenzioso con la luce e l’ombra. Non c’è narrazione, ma una tensione costante verso il senso. Ogni elemento è come sospeso, in bilico tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. La materia, qui, non è mai muta: parla attraverso le sue fratture, i suoi spessori, i suoi assorbimenti. La pittura si fa pelle, reliquia, palinsesto. Pipani non dipinge immagini, ma condizioni interiori. Ogni opera è una soglia, un varco verso una dimensione contemplativa che interroga il nostro rapporto con il tempo, la presenza e la memoria. In un’epoca di velocità e saturazione visiva, la sua pratica pittorica propone un rallentamento necessario. Un invito a vedere — e sentire — altrimenti.